Joseph Nye, l’uomo che coniò l’espressione “soft power”, è morto proprio nei primi mesi di governo del presidente americano che ha ucciso quel concetto.

La definizione è dello stesso Nye: «Il soft power descrive la capacità di una nazione di ottenere ciò che desidera attraverso l’attrazione, piuttosto che la coercizione o il pagamento».

Un corollario implicito del soft power è far sì che gli altri desiderino ciò che desideri tu, generando ammirazione invece che paura. Da questa prospettiva, è come se tutti ricordassero gli aerei americani decollare dall’aeroporto di Kabul, ma non gli afghani aggrappati alle ruote che cadevano nel vuoto.

Ma è davvero necessario essere in lutto? A ben guardare, è stato proprio l’effetto inebriante del soft power a impedire all’Europa di emanciparsi dagli Stati Uniti quando avrebbe potuto farlo, alla fine della guerra fredda.

Ora che quell’incantesimo è svanito, possiamo forse osservare altre realtà con meno pregiudizi. Mi ha fatto questo effetto l’ultimo libro di Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente (qui): un testo che smonta molti luoghi comuni che anni di soft power americano hanno forse contribuito ad alimentare.

In tempi in cui editorialisti boomer battono la lingua sul tamburo di guerra, non è inutile ricordare che la Cina ha provocato nel corso della sua storia una frazione delle guerre scatenate dagli imperi occidentali. Senza doverne adottare l’intero pacchetto ideologico, si può almeno constatare che l’ultima guerra cinese risale al 1979.

Il libro di Arlacchi contiene molto altro, e questa non è una recensione. Aggiungo solo un requisito per apprezzarlo. Ripetere, prima di aprirlo, un piccolo mantra autogeno: i bambini non mangiano i comunisti.

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