L’incarico a Enrico Letta, ma soprattutto la rielezione di Giorgio Napolitano, sembrano aver tranquillizzato i mercati. Lo spread, in questi giorni, è sceso sotto i 270 punti. La Borsa sta guadagnando e  gli investitori guardano al futuro con un po’ più di ottimismo.

Ma è veramente così? Oppure siamo dinanzi a un altro errore di interpretazione? Ad ascoltare gli analisti di due importanti banche internazionali, per il momento, si può essere relativamente tranquilli, sempre tenendo presente che basta un soffio di vento per capovolgere il fragile burchiello tricolore.

Secondo Morgan Stanley, il sentiment del mercato è migliorato.  «Gli investitori non sono molto preoccupati perché sanno che, in caso di emergenza, la Bce di Mario Draghi interverrebbe per salvare la moneta unica». Analogamente, si sta diffondendo la percezione che l’Unione Europea stia cercando di migliorare la propria architettura istituzionale, spingendo sull’acceleratore della vigilanza bancaria unica (strumento che dovrebbe evitare il ripetersi di nuovi casi Cipro; ndr). Un altro fenomeno da non trascurare è la liquidità immessa sul mercato da grandi banche centrali come la Federal Resserve  e la Bank of Japan. Con tutto questo denaro a disposizione sul mercato gli investitori vanno a caccia di rendimenti, per cui anche il «vituperato» Btp ritorna più attraente, come dimostrano le recenti performance.

Certo, come abbiamo detto, basta poco per invertire la tendenza. Tuttavia un downgrade dell’Italia a «spazzatura» da parte delle principali agenzie di rating appare al momento molto improbabile, perché quella misura, in genere, è stata adottata verso Paesi di Eurolandia che già da prima avevano difficoltà nell’accesso al mercato.

E allora il vero punto di svolta può essere costituito solo dalle politiche del governo Letta. Che si troverà a dover saldare i debiti della pubblica amministrazione (20 miliardi per il 2013 e per il 2014). Il provvedimento, varato al governo Monti, non determinerà uno sforamento dei parametri di Maastricht, perché incrementerà il rapporto deficit/pil di uno 0,5 punti percentuali tenendolo sempre al 2,9%.

Ovviamente dipenderà da come questi miliardi saranno investiti. Se le aziende li utilizzeranno per acquistare macchinari e attrezzature, saranno 20 miliardi di euro restiituiti al pil italiano. Il fattore di conversione è molto più basso (0,3)  se si impiegano per pagare salari e stipendi (perché le paghe si traducono in risparmio e non solo in consumi; ndr). Fino ad azzerarsi se le imprese li terranno in cassa.

Questo è l’unico dato certo sulla base del quale si può pensare a una minima crescita del pil l’anno prossimo. Il governo Letta, praticamente, comincerà a lavorare effettivamente solo da giugno. E, ammesso che si superino i veti incrociati non solo per le riforme istituzionali ma anche per velocizzare i tempi della giustizia, gli effetti di questi cambiamenti diverranno visibili negli anni a venire.

Ecco perché gli analisti di Hsbc pensano che, una volta messe a punto la nuova legge elettorale e introdotta qualche misura per dare sollievo all’economia reale (rispettando comunque l’obbligo del consolidamento fiscale), si andrà a nuove elezioni visto che l’eterogeneità della nuova maggioranza non depone a favore di riforme pesanti come quelle indicate dai dieci “saggi” nominati un mese fa dal presidente Napolitano.

Ma il ricorso alle urne non è una minaccia per il Paese? Secondo Morgan Stanley, la risposta è negativa perché il mercato sconta già questa possibilità, che non muterebbe significativamente «il posizionamento degli investitori sull’Italia».

Wall & Street

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