Su Vanity Fair è apparso un servizio della brava Chiara Cecilia Santamaria dedicato al fenomeno dei cancer blogger, sono persone colpite dal cancro che usano la scrittura come valvola di sfogo, parlano della loro malattia, la dipanano come fosse la trama di un romanzo, la filtrano, la rivivono, la con-dividono. Piano piano ne esce qualcosa – immaginate  il cancro con  un doppio-fondo – che le fa stare meglio: è blog-terapia, dicono.

 Oltreilcancro.it,  mette insieme le esperienze di 14 cancer blogger italiane, la giornalista ha scelto Anna, Giorgia e Annalisa, stessa età, dai 32 ai 40 anni, stessa grinta nel combattere il tumore al seno. “ Ci piace l’idea americana dei cancer buddies – racconta Giorgia – persone che sono state malate prima di te e possono darti consigli e informazioni pratiche. A volte, negli iter medico-burocratici, ci si sente persi. Manca quella persona che legge negli occhi il tuo spaesamento e ti prende per mano dicendo “ti aiuto io, ci sono passata”. Anna  rifiuta la metafora del combattimento “altrimenti dovrei accettare anche il rischio di perdere e io non posso permettermelo”, il suo blog si chiama “On the Widepeack”, dice: “ Vedo il cancro come una cima conquistata, domata, da cui osservare qualcosa in più sulla vita, non certo quello che non puoi più avere…”

 Sono andata a curiosare in oltreilcancro.it e ho trovato anche “L’insieme di Julia”, il blog di Julia  (pure lei con un tumore al seno da voler archiviare) che, a sua insaputa, mi è stata di grande conforto durante le mie notti insonni, tre anni fa, quando precipitavo da un link all’altro e rischiavo di rimanere invischiata nelle statistiche delle recidive. O piombavo nei forum dedicati agli effetti collaterali delle terapie e finivo sempre più giù…

 Per me non è stato facile parlare della malattia. ALL’INIZIO era addirittura impossibile. Non ci pensavo proprio al cancro, avrei voluto essere preparata come si fa prima di un esame all’università, di un colloquio di lavoro, di un matrimonio…

 Ero rimasta senza parole e pretendevo che anche gli altri non ne avessero. “Promettimi che non lo dici a nessuno” avevo implorato il mio capo di allora. Come se fosse possibile tenere nascosto un TUMORE in un’azienda, come se fosse naturale sparire dall’oggi al domani, senza rispondere più al telefono. A nessuno mai. Per mesi. Silenzio in redazione, silenzio con quasi tutte le amiche, silenzio con i parenti, vicini e lontani.

Vi sembrerà strano ma pure alla mia mamma, la straordinaria Highlander ho comunicato, goccia a goccia, una realtà edulcorata (“non è un cancro ma lo stadio prima”), complici assoluti il mio super principe e il mio super fratello…Perché? Lei non ha il gene della felicità (quello che io ho ereditato dal mio papà) e avrebbe reagito male…

E voi  come avete fatto a dire “ho il cancro”?

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