La fobia della foiba.

Ogni maledetto anno, da troppi anni, bisogna ricordare che il Parlamento italiano ha varato, nel 2004, una legge nazionale che tutela e riconosce un giorno di celebrazione comune per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Ogni maledetto anno, bisogna sperare che qualche relitto umano non decida di sfasciare, qua e là per l’Italia, una lapide dedicata ai martiri delle foibe o a Norma Cossetto. Un marmo posto lì non per moltiplicare i voti della destra ma a suturare, come possibile, una ferita profondissima.

Ogni anno bisogna sperare che certa pacchiana italianità ci risparmi la gara a chi ce l’ha più grosso, quali morti pesano di più, se quelli di Birkenau o quelli di Basovizza, come se la morte di una madre per mano di un assassino valga meno di quella di un’altra.

Di anno in anno, bisogna sperare che qualche studente di terza media sia riuscito a sentir pronunciare, anche solo per sbaglio, la parola “foiba”.

Anno dopo anno, bisogna evitare di cadere nelle tagliole. Su tutte quella di trasformare la memoria in rancore e il Giorno del Ricordo nel giorno delle polemiche. Ventiquattro ore di pochezza che soffiano via la celebrazione, il raccoglimento, la maturità civile.

Anno dopo anno, occorre alimentare la macchina della documentazione.

Di anno, in anno, serve qualcuno come Toni Capuozzo, giornalista noto al grande pubblico, che ricordi: “Giorno del Ricordo. Pur di scolorire la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo si ricorre a due argomenti: erano pochi, gli infoibati, ed erano fascisti su cui si esercitava una comprensibile vendetta. Oggi voglio ricordare solo una vittima, che da sola basterebbe a spiegare la ferocia delle ideologie. Si chiamava Angelo Adam, meccanico, ed era di Fiume. Il 2 dicembre 1943 era stato deportato dai nazisti a Dachau, con il numero di matricola 59001. Era sopravvissuto ed era tornato alla sua città. Nel 1945 venne prelevato con la moglie dai titini e scomparve. Come la figlia diciassettenne, che aveva chiesto notizia dei genitori. Angelo Adam aveva 45 anni, era italiano, era antifascista, ed era ebreo”.

NON BASTA…

Non c’è pace. Prendiamoci la pace. E non prendiamoci in giro: l’Italia non ha ancora sufficiente memoria del dramma delle foibe, dell’esilio, di quella architettura della morte. Non ha ancora sufficiente coscienza, consapevolezza che non sia inquinata dalla distorsione. Troppi sono, infatti, coloro i quali vorrebbero relegare quelle vittime a una dimensione privata, a una cappella scomoda in fondo al cimitero: vorrebbero scrivere col sangue una frase da poster con cui arredare il ghetto. Ma il ghetto, poi, di chi? Che pretenderebbero di comprimere la storia.

Per questo ogni strillo di dolore, ogni pianto disgraziato di Norma Cossetto tenuta ferma e stuprata dai suoi aguzzini slavi, e poi buttata in una foiba, si sentono ancora poco. I nostri giovani sentono ancora poco, i nostri studenti, gli italiani. Sordi, ciechi. Anche se, per fortuna, meno di ieri.

Per questo bisogna esultare a ogni vittoria della memoria e smettere di inseguire la facile negazione da tifo sfegatato, la riduzione, la lettura della storia con gli occhi del presente, anziché con quelli con cui si manifestò, agendo in via istituzionale. Ma il cuore del Paese deve pensare ad altro. Far festa, nella solennità, contribuendo a costruire la memoria civile di questa terra puttana – che sta, contemporaneamente, nella volontà di edificazione della maturità nazionale mischiata alla trista constatazione di una “pacificazione” impossibile – ancora fortemente rinchiusa nella propria capricciosa adolescenza.

Scansare, rifiutare come droghe in discoteca, le ansie “giustificazioniste”, le avances decostruttive, la riduzione della realtà ad approssimazione faziosa, i calci al ricordo degli uomini, delle donne, dei bambini, crepati nelle foibe.

No! Preferisco andare avanti e ignorare quello sguardo di sospetto, le scritte sui muri inneggianti all’odio, le targhe distrutte, i monumenti per ricordare il dramma imbrattati, l’abitudine alla circostanza, la superficialità di certi italiani, che dovrebbero essere miei fratelli, nel dire: “dopo la Shoah, anche voi (ma voi chi?) volevate la vostra ricorrenza, vero? E ti pareva…”.

Preferisco ignorare, per non impazzire da solo nella mia stanza, chiunque sminuisca circa diecimila morti e trecentocinquantamila esuli, con una semplice reductio a vent’anni di fascismo omettendo di citare anni e anni precedenti di eventi sul fronte orientale. Accadimenti che mischiano genti e dialetti, desideri di umiliazione etnica e direttive politiche austroungariche di persecuzione della popolazione italiana, avviate già dalla seconda metà dell’Ottocento. Sempre loro, sempre gli stessi, abituati a dire che l’infrazione della legge è ben accetta se in nome di un ordine ideologico superiore. Superiore a cosa? Sub Lege Libertas. Come quella 30 marzo 2004, n.92. La legge è inferiore allo spirito fintanto che non li tange.

CULTURA È COLTIVAZIONE: LA MEMORIA SIA NELLE SCUOLE

Ripartire dalle scuole, dalla presenza costante nelle piazze piccole, di prossimità: gutta cavat lapidem, ogni maledetto anno. Piccoli fuochi che purificano l’aria putrida della maldicenza che non conosce vergogna. La memoria trovi forma nella sensibilizzazione degli uomini futuri, proprio nel percorso di costruzione della loro cultura, da intendersi come coltivazione di se stessi, capace, di fondere lo studio, la conoscenza, il ragionamento sopra le cose, i dubbi e le intuizioni, via via in sviluppo, per edificare il pensiero critico con cui leggere il reale e saper distinguere la realtà dalla sua percezione.

Solo così la memoria sarà iniziativa primordiale ed essenziale di continuità, e non continua iniziativa necessaria a non dimenticare. Sul ruolo delle scuole nella coltivazione del ricordo, tengo a citare le parole che furono dell’ex ministro dell’Istruzione, Bussetti, quando affermava che parlare di foibe negli istituti «non è propaganda», aggiungendo che «Il negazionismo va sempre rigettato. Nel caso delle foibe e delle persecuzioni anti-italiane sul confine orientale, abbiamo il dovere di ricordare una vicenda particolarmente dolorosa e cruenta del Novecento. Migliaia di persone furono uccise in quanto italiane, senza colpa. Per lo stesso motivo, centinaia di migliaia di uomini e di donne hanno dovuto abbandonare quelle terre e tutto quello che avevano per rifugiarsi all’interno dei nuovi confini nazionali. Una catastrofe. Cancellare o minimizzare questa vicenda storica significa oltraggiare nuovamente le vittime di allora e i loro discendenti. Non sarebbe giusto».

Che si fotta il resto: esultiamo della costruzione della memoria, per quanto inspiegabilmente faticosa in un Paese che celebra e ricorda, per legge, le vittime di un assassino decorato dallo Stato, come Josip Tito Broz, dal 1969 fino alla sua morte, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Ricordare Anna Frank, celebrare Norma Cossetto. Altrimenti non è memoria, è rancore.

Di anno, in anno, ogni maledetto anno. Nel sogno della maturità nazionale.

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