L’anima grande di Rovigo s’è chiusa intorno a un’anima piccola. È tutta raccolta intorno a Rossini, un gatto rosso che era simbolo dei rodigini e che, purtroppo, qualche giorno fa, è stato investito in centro. Molti dei lettori smarriti nella geopolitica, negli arrovellamenti mentali di Trump, anziché nei fatti del Referendum, potranno sorridere leggendo queste righe, disabituati, forse, al battito delle cose piccole, che ornano un continuo sfondo di guerra e polarizzazione, sulla via del ritorno serrata alle nostre spalle, parafrasando Buzzati. Quelle piccole cose che reggono il tutto, atomi e molecole, dalla foglia al figlio, frammenti essenziali del mosaico che compongono il colore. Eppure ciò che sta accadendo a Rovigo in queste ore è una faccenda incredibilmente seria.

Chi ama gli animali, lo sa bene. Rossini, vivendo, ha fatto amare, morendo fa riflettere.

Dai quotidiani locali, ai social, specie i miei – certamente con la complicità matematica dell’algoritmo – tutto porta a Rossini in questi due giorni. Messaggi d’amore pieno, di amarezza, di ricordo. Rossini era ovunque: dormiva sui libri in libreria, giocava con i proprietari della profumeria, si strusciava tra i banchi del consiglio comunale. Veniva nutrito, accudito, salutato, toccato. Era amato. Era rodigino, era di tutti. Rossini è morto come un simbolo, un evocazione laica e muta di ciò che questo mondo ipertrofizzato non riesce più a sentire: semplice amore viaggiante, un punto itinerante di dolcezza e riconoscenza nella trincea urbana, a lenire i dolori privati, le giornate da buttare, ad amplificare la gioia, nel vivere la tenerezza di un animale che non ha padrone, ma solo tanti fratelli.

La città di Rovigo vive un suo lutto alternativo, eppur vivo, potente, di carne ferita esposta al sale e al sole. Durerà poco, ma nei ricordi di alcuni, molto di più. Sembrerà strano, ma non lo è. Eppure, come l’amato Rossini vi è Gastone, un pavone bianco che vive le vie di Monticello, a Grosseto, e altri amici animali che sono, ormai, parte di molte comunità.

Ciò che qualcuno chiama mascotte, in un’accezione molto cremosa, rosa evidenziatore, per la lingua triste dei tempi moderni, in realtà è un emblema. E non a caso, alla memoria di molti di loro, nelle città italiane e straniere, è stata eretta una statua. Da che mondo è mondo, le statue si tirano su per i simboli, come presidio entro cui ricordare, raccogliersi, da proseguire nella memoria civica. Animali come guide, nella prosecuzione della storia: così dagli emblemi del medioevo, dall’araldica di un tempo che non riusciamo più a comprendere, alla traduzione della Natura che si riprende i suoi spazi nelle città, quasi sempre, ormai, ridotte a non luoghi, a contenitori urbani, pezzetti di villaggio globale, così a Roma come a Stoccolma, alla deriva rispetto alle proprie identità, prigioniere dell’isteria materialista.

Da amante degli animali, simbolicamente, ho voluto fermare il mondo dieci minuti per scendere a Rovigo e partecipare, con i suoi abitanti, a questo momento di dolore pubblico, di tenerezza condivisa: il grande mondo isterico si è fermato per un piccolo, adorabile, essere che era amore gratuito, per tutti, e senza padroni. Una carezza di libertà.

Ben più di una laica celebrazione modernista.

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