I signori della guerra che sconvolsero l’Eurasia. I “Cuori di tenebra” di Eugenio Di Rienzo (e Hugo Pratt)
Il 18 gennaio 1919 si apriva, dopo l’immane massacro delle trincee, la Conferenza di Versailles. Fu allora, riprendendo il colonello T. E. Lawrence alias Lawrence d’Arabia, che «all’alba del mondo nuovo, gli uomini vecchi tornarono e decisero la loro pace». Seduti sulle comode poltrone della Galerie des Glaces il francese Clemenceau, il britannico Lloyd George, lo statunitense Wilson imposero a vinti e alleati (Italia compresa) il loro nuovo ordine postbellico. I risultati, come John Maynard Keynes previde, furono disastrosi e appena vent’anni dopo una nuova terribile guerra scosse e devastò l’intero pianeta.
Ma sin da subito l’intero edificio iniziò a scricchiolare pericolosamente; tra l’Adriatico “amarissimo” e l’Asia orientale s’inanellò — incastrandosi fatalmente con la devastante guerra civile russa — una catena di sanguinosi conflitti locali in cui emersero una schiera di spregiudicati e minacciosi Warlords. E, appunto, a questi personaggi tragici e potenti Eugenio Di Rienzo, professore emerito della Sapienza, ha voluto dedicare il suo nuovo documentato e godibilissimo lavoro “Cuori di Tenebra. I Signori della guerra che volevano farsi re” (Neri Pozza), un titolo emblematico che intreccia il Kurz di Conrad con i racconti di Kipling.
Come ben spiega l’autore a rendere questi “Cuori di tenebra” protagonisti di quella convulsa fase storica «fu l’apocalittico stravolgimento politico e territoriale determinato dalla caduta e dallo smembramento di potenti Imperi – quello asburgico, quello russo, quello ottomano e il Reich germanico — che estendevano i loro domini dal golfo di Trieste alla Mongolia. Ma soprattutto la nascita, al loro posto, di nuovi Stati decisa dalla Conferenza del 1919 sulla base di un astratto principio di nazionalità».
Così, sceso il silenzio sui campi di battaglia, il crepitio delle armi divenne assordante in tutto quell’enorme spazio euroasiatico stravolto da rivoluzioni, revanscismi, ambizioni, vendette, illusioni che aveva già assistito, nel 1911, al crollo del millenario Impero cinese della dinastia Qing. Una somma di fattori velenosi che, come ricorda l’attuale guerra in Ucraina e le parallele crisi, fredde e calde, nel Medio Oriente, nei Balcani, in Armenia, in Azerbaigian, in Transnistria, nel tormentato Kurdistan e nelle province mussulmane della Repubblica di Cina, sono puntualmente riaffiorati in questo primo scorcio del terzo millennio…
I “cattivissimi”
E allora vediamo chi sono i protagonisti di questa inconsueta quanto intrigante cavalcata nella grande storia proposta da Di Rienzo. Andiamo per ordine e iniziamo con due “cattivissimi”: İsmâil Enver e Roman von Ungern-Sternberg.
Una piccola disgressione. Ambedue gli incontrai giovanissimo leggendo i romanzi a fumetti — dei veri capolavori — di Hugo Pratt. In alcune tavole di “Corte sconta detta Arcana” (1974), il maestro veneziano — ispirandosi a “Le Baron Fou”, una biografia romanzata di Jean Mabire — portò il suo eroe Corto Maltese in Mongolia ad incontrare proprio Ungern mentre ne “La casa dorata di Samarcanda” (1980) Corto, piombato nel Tagikistan in rivolta, assisteva all’ultimo atto della tragica avventura di Enver pascià. Letture e personaggi che non mi hanno mai abbandonato e che Di Rienzo con la sua penna mi ha aiutato ad approfondire, analizzare, contestualizzare.
E allora andiamo a Costantinopoli. Nella notte del 10 luglio 1908 un gruppo d’ufficiali membri dei “Giovani Turchi”, movimento nazional-laicista e germanofilo, aveva preso il potere liquidando in poche ore la vecchia Turchia ottomana. Esautorato de facto il Sultano e Califfo, i militari scatenarono una rivoluzione nazionale dai contorni contradditori ma evocativi, lanciando nel segno del panturismo, un programma culturale e politico che tendeva a riunire tutti i popoli di etnia turca, una sfida alle Potenze occidentali con la sola, ovvia, eccezione della Germania.

Una volta al comando, Enver – Ministro della guerra e uomo forte del “Triumvirato dei Tre pascià” (oltre a lui c’erano Mehmed Talât e Ahmed Djemal) – si affrettò a rinsaldare i già forti legami con Berlino, stringendo nuovi importanti accordi che garantirono alle banche e alle industrie tedesche un’imponente piano d’investimenti nel Levante mentre l’armata osmanide venne riorganizzata con l’aiuto di missioni militari germaniche, supervisionate dal generale Otto Liman von Sanders. Troppo tardi, però.
Lo scoppio della Grande Guerra dimostrò, come sottolinea Di Rienzo, i limiti delle forze armate turche, coriacee in difesa come a Gallipoli e in Mesopotamia ma «incapaci di condurre una guerra di movimento analoga a quella in cui primeggiavano i beduini di Lawrence e le brigate di cavalleria australiane impegnate nel Sinai e in Palestina». Lo stesso Enver, nonostante i suoi sogni napoleonici, non brillò per genio militare incappando in una serie di disastri sul fronte del Caucaso, rovesci che fornirono il pretesto per avviare il genocidio della folta comunità armena, considerata una “quinta colonna” russa, e la persecuzione degli assiri e dei greci del Ponto. Orrori di cui il baffuto pascià fu il primo (ma non unico) responsabile.
Deludente fu anche il tentativo – ben raccontato da Peter Hopkirk nel suo “Servizi segreti a Oriente di Costantinopoli” (edizioni Settecolori), e in un altro volume di Di Rienzo, “Afghanistan. Il Grande Gioco 1914-1947”- di sollevare, con l’aiuto dei tedeschi, il mondo musulmano, in particolare la componente islamica indiana, contro il secolare e oppressivo regime coloniale del British Raj. Inevitabilmente il Sultanato fu obbligato a soccombere e accettare, il 30 ottobre 1918, a Mudros, le durissime condizioni imposte dall’Intesa: smobilitazione dell’esercito, occupazione di Costantinopoli e di altre rilevanti parti del territorio nazionale, controllo dei trasporti e della stampa, processo per crimini di guerra dei Tre triunviri.
Talât, Djemal e Enver lasciarono di gran fretta la capitale. I primi due espatriarono senza molta fortuna, però: il 15 marzo del 1921 lo studente armeno Soghomon Tehlirian assassinò a Berlino Talât Talat e analoga sorte toccò a Djemal, raggiunto e giustiziato, a Tbilisi, in Georgia, da un altro giovane armeno. İsmâil, invece, non si rassegnò, anzi. Paradossalmente, proprio nel momento della sconfitta, il giovane colonello che, nel 1911, aveva organizzato un’indomabile guerriglia contro il Regio Esercito che aveva occupato la Cirenaica, concepì il suo progetto più ambizioso, smodato e, alla fine, irrealizzabile: la fondazione di un Impero, esteso dal Turkestan allo Xinjiang islamico, in cui riunire sotto il suo scettro tutti i popoli d’ascendenza turca e di fede musulmana.
Come Di Rienzo ricostruisce con precisione, per realizzare il suo sogno (o meglio la sua ossessione) Enver giocò su tutti i tavoli possibili con ogni possibile interlocutore, a Berlino e a Roma, a Mosca, con Lenin, a Baku, con il movimento anticolonialista dei Popoli d’Oriente organizzato dal Comintern, a Kabul, con il sovrano dell’Afghanistan Amānullāh che l’8 agosto 1919 aveva fronteggiato con successo la British Indian Army, emancipando il suo regno dal protettorato inglese, ad Ankara con il rivale Mustafa Kemal, il futuro Atatürk, e persino, forse, con l’intelligence britannica. Una vorticosa girandola di contatti, abboccamenti, alleanze, tradimenti, intervallati da qualche battaglia vittoriosa e molte sconfitte. Sino all’ultima, nello sperduto villaggio di Bal’dzhuan, nel Tagikistan, il 4 agosto 1922. Quando, un Reggimento di cavalleria armena, inquadrato nell’Armata Rossa, annientò le modeste forze enveriste e il suo comandante sgozzò İsmâil con un fendente della sua sciabola.
Una curiosità. Dopo un lungo oblio nella Turchia kemalista, la memoria di Enver è stata ripresa e onorata nel 1996 da Recep Tayyip Erdogan, allora sindaco di Istanbul, che fece traslare sue le spoglie per inumarle ad Istanbul nel mausoleo dei “martiri della patria turca”.
Ancor più pirotecnica, inaudita e folle fu l’avventura di Ungern Khān. Mentre combatteva in Siberia nelle file dell’Armata Bianca guidata dall’ammiraglio Kolcak, questo eccentrico aristocratico baltico con ascendenze germaniche perfezionò il suo antico sogno. Non più una mera restaurazione dello zarismo ma «un vero e proprio stravolgimento epocale, da costruire con la formazione di una “Grande Mongolia”, ricalcata sull’archetipo della teocrazia lamaista, estesa dalla Burazia al Tibet, alla Manciuria, all’Asia centrale russa, alla Mongolia, alla Cina nord-occidentale». Quell’organismo, di cui Ungern si sarebbe dichiarato monarca assoluto, poteva realizzare «il grande disegno di unire Cosacchi orientali, Tatari, Burlati, Calmucchi, Kirghisi, Uzbechi, Mongoli, Mancesi, Tibetani in un’unica razza frugale e guerriera, fedele al credo buddista, votata alla missione di annientare ebrei, atei, comunisti e tutti gli altri demoni occidentali».
Il Barone non scherzava e al comando della sua “Divisione Selvaggia” – una accozzaglia multietnica di avventurieri, idealisti, sbandati, tagliagole, briganti di passo – terrorizzò prima la Transbajkalia, l’estrema propaggine orientale del territorio siberiano, e successivamente la Mongolia Esterna. Qui, dopo un breve assedio conquistò, il 4 febbraio 1921 la capitale Urga (l’attuale Ulan Bator), grazie ai Foreign Fighters dell’Esercito nipponico, alle milizie tibetane inviate dal Dalai Lama e all’afflusso di armi e materiali concessi da Amānullāh. Una grande ma provvisoria vittoria, culminata dal solito massacro finale, che illuse Ungern. Il Barone baltico, sovrastimando le sue forze puntò nuovamente sulla Siberia dove trovò però l’Armata Rossa che gli sbarrò il passo. Rientrato ad Urga approntò una difesa ma gli uomini erano ormai stanchi e demoralizzati e gli aiuti promessi da Kabul e da Lhasa non arrivarono mai.
Sconfitto ma non domo, Ungern decise di ritirarsi in Tibet ma era ormai troppo tardi. La “Divisione Selvaggia” (o ciò che ne restava…) si squagliò rapidamente come neve al sole. Ormai nessuno dei subordinati, nemmeno i più fedeli, più sopportava i terribili scatti d’ira del loro capo che, in preda alle sue ossessioni, sfogava con violenza estrema su qualsiasi malcapitato l’evaporarsi del suo miraggio. Decisi a farla finita, i suoi luogotenenti, decisero per l’ammutinamento, previa eliminazione del loro Generalissimo, ma ancora una volta Ungern riuscì a salvarsi e fuggire con un pugno di irriducibili cercando rifugio nell’accampamento del principe mongolo Baidar Sunduj-Gong. Una pessima idea. Vista la mala parata, lo scaltro Sunduj-Gong aveva lestamente cambiato campo e con uno stratagemma catturò il suo amico di ieri e lo consegnò ai Bolscevichi che lo sottoposero ad un processo farsa che il funesto condottiero affrontò con grande dignità.

Il 15 settembre 1921, davanti ad un plotone d’esecuzione, tutto ebbe termine ma non la leggenda. Già l’anno dopo Fernand Ossendowski, un intellettuale polacco in fuga dal regime rosso, pubblicò negli Stati Uniti il suo libro “Bestie, uomini e dei” in cui tratteggiò un vivido riassunto dei suoi colloqui con Roman von Ungern-Sternberg, il “monaco guerriero” che, come Di Rienzo ricorda, in quelle terre estreme sognava «una rigenerazione antropologica ispirata al buddismo tibetano, basata su un sistema di valori fortemente gerarchico destinato ad ottenere la rivincita dello Spirito sul mondo materiale».
Riformisti mancati e ostinati sognatori
Nella galleria di “Cuori di tenebra” vi sono però personaggi meno sulfurei come, ad esempio, il generale Pëtr Nikolaevič Vrangel’, senza dubbio il miglior condottiero delle Armate controrivoluzionarie russe e, a differenza degli altri Signori della Guerra zaristi, l’unico ad avere una spiccata sensibilità politica. Con estremo realismo, il “Barone nero”, così soprannominato per l’uniforme bruna sua e delle sue truppe, comprese da subito che la restaurazione della dinastia dei Romanov era una causa persa e l’unico modo per sconfiggere Lenin e i suoi passava per il ceto rurale, stremato dalla guerra, dalle carestie, dallo sfruttamento. Da qui la sua idea di un inedito ”socialismo bianco”, imperniato sulla lotta al latifondo e la redistribuzione delle terre a chi sapeva e voleva coltivarle. Un programma audace che s’intrecciava con il rifiuto (fatto anomalo nella Russia del tempo) di ogni forma d’antisemitismo e il tentativo di coagulare attorno a sé le differenti e litigiosissime correnti anticomuniste, dai socialdemocratici ai liberali oltre che i nostalgici di Nicola II.
Paradossalmente l’idea di una controrivoluzione riformista russa scontentò il Governo inglese, sino a quel momento principale alleato della causa bianca. Con l’abituale cinismo Londra decise di riallacciare i rapporti con Lenin e abbandonò Vrangel’ che, dopo alcuni effimeri successi, fu obbligato a ritirarsi in Crimea dove organizzò l’evacuazione via mare dell’intero esercito e di quasi tutta la popolazione civile: un’operazione imponente che coinvolse 126 unità d’ogni tipo e tonnellaggio su cui trovarono salvezza 146mila fuggitivi. Il suo vero capolavoro. Nel novembre 1920 lo sfortunato generale s’imbarco per ultimo e raggiunse la sua gente a Costantinopoli dove s’impegnò per trovar loro asilo in Europa o nella lontana Cina.
Dopo un soggiorno nella Jugoslavia monarchica Vrangel’ si trasferì a Bruxelles diventando il punto di riferimento della diaspora russa – oltre un milione e mezzo di esiliati – e il principale avversario politico per il regime moscovita. Come risulta dalla ricerca di Alexander Jevakhoff, autore de ”Les russes blancs” (Talladier), un poderoso studio sull’emigrazione antibolscevica, debitamente ricordato da Di Rienzo nella poderosa bibliografia che chiude il suo volume, l’intelligence sovietica – ben infiltrata nelle organizzazioni degli esuli – decisero di eliminarlo tramite un sicario che s’introdusse nella sua casa avvelenandolo. Era il 25 aprile 1928. Ma prima di quella data, Vrangel’ ebbe il tempo di raccomandare ai suoi fedelissimi di diffidare dalla benevola attenzione di Hitler verso la diaspora bianca, perché il suo principale obiettivo era quello di annientare la Russia, bianca o rossa che fosse.
Nel terribile caos scatenato dalla rivoluzione d’ottobre, Di Rienzo ha scovato anche un Asburgo bizzarro quanto dimenticato: Guglielmo Francesco, soprannominato, detto Willy, figlio minore dell’Arciduca Carlo Stefano. Personaggio complesso quanto sorprendente, il rampollo nacque nella fase terminale del grande Impero multinazionale, quella Finis Austriae narrata da Joseph Roth, Robert Musil e Alexander Lernet-Holenia. Willy trascorse l’adolescenza nel palazzo paterno di Lussino alternando crociere con lunghi soggiorni nelle terre del padre in Galizia dove iniziò a frequentare il popolo ucraino. Da subito si appassionò alle vicende di quel mondo spezzettato tra l’Austria-Ungheria, il Reich e la Russia zarista e nel 1915 presentò a Francesco Giuseppe un dettagliato memoriale sull’Ucraina che colpì positivamente il vecchio monarca il quale ipotizzò, tra molti dubbi e molta titubanza che, in caso di vittoria degli Imperi centrali, quella landa orientale sarebbe potuta divenire (il condizionale è d’obbligo) un Regno indipendente da assegnare allo scalpitante rampollo della sua dinastia.
Quella promessa fu confermata, con maggiore entusiasmo l’anno dopo dal suo successore, Carlo I, che nominò Willy suo referente politico e militare per l‘Ucraina e che in quella veste partecipò alle trattative per la firma del trattato di Brest-Litovsk con cui, il 3 marzo 1918, la Russia sovietica usciva dal conflitto. In quella sede Guglielmo – che aveva assunto il nome ucraino di Vasyl Vyšyvanyj – appoggiò la delegazione ucraina scontrandosi con i tedeschi che, come Di Rienzo nota consideravano «quella non-Nazione semplicemente come un deposito di beni alimentari e materie prime da svaligiare a piacimento e i suoi abitanti come una forza lavoro». Guglielmo invece voleva uno Stato ucraino pienamente sovrano di cui lui sarebbe stato il monarca illuminato e progressista, amico dei poveri e consolatore dei diseredati che gli valse il titolo “Arciduca rosso”.
Con l’appoggio intermittente di Carlo, Vasil organizzò un proprio Kampfgruppe e iniziò la sua guerra privata contro i bolscevichi e, al tempo stesso, contro i Comandi germanici. Sotto le sue bandiere giunsero 15mila cosacchi che divennero il ferro di lancia della sua piccola armata che impegnò, rompendo con i generali di Berlino e litigando con i notabili di Vienna, nella sempre più sanguinosa guerra civile ucraina. Nel novembre 1918, caduto l’impero degli avi, Vasyl non demorse e continuò, tra battaglie e mediazioni, la sua impresa, sempre più disperata e infine perdente.
Terminata malamente l’avventura ucraina per Willy iniziò un’altra vita. L’Arciduca girovagò tra le capitali europee cercando vanamente appoggi per la sua causa, non disdegnando di bazzicare — per gusto dell’intrigo e bisogno di denaro — ogni sorta di contatto spionistico (nel 1932 a Parigi persino con agenti sovietici…). Un gioco adrenalinico che, dopo un’iniziale simpatia per l’hitlerismo, a partire dal 1942 lo portò a collaborare con i servizi alleati. Forte dei suoi contatti con i vincitori alla fine del secondo conflitto si convinse che gli occidentali avrebbero sostenuto la guerriglia antisovietica in Ucraina. L’ennesima illusione. Come noto l’MI6 britannico era pesantemente inquinato dagli uomini di Mosca — do you remember Kim Philby? — e tutti i tentativi d’infiltrazione oltre la “cortina di ferro” fallirono miseramente. Anche Willy, allora residente nella Vienna occupata, non sfuggì alla vendetta del controspionaggio dell’Armata Rossa. Il 26 agosto 1947 l’Asburgo venne rapito, scaraventato in una lurida prigione e condannato a 25 anni di carcere duro. Il 18 agosto 1948 la tubercolosi, contrattata in gioventù, lo stroncò. Le chevalier de fortune aveva terminato la sua cavalcata. Per sempre.

Ma c’è un altro “cuore di tenebra” immortalato nelle tavole di Hugo Pratt: Gabriele D’Annunzio compare in ”Favola di Venezia” (1984). Una bella combinazione che però merita qualche piccola riflessione. A fronte di questa “eletta schiera” di Warlords, più o meno sanguinari ma sempre duri e spietati, il Vate appartiene ad un’altra categoria. Anche lui sognò l’inosabile, l’impossibile. Eppure in quel clamoroso ammutinamento dei migliori dell’esercito vittorioso, quell’atto clamoroso di rottura sgorgato a Ronchi e defluito con forza a Fiume non vi fu alcuna ombra di passatismo. Anzi. Sul Quarnaro non vi fu alcun nessun sentimento nostalgico per il mondo di ieri, ma bensì l’annuncio di una nuova era. Un tempo nuovo e giusto, santificato dal sangue della guerra italiana. Il Carso, l’Adamello, il Grappa, il Veliky, Buccari e Premuda.
Nella sua impresa, il poeta soldato sfidò non solo il governo di Roma ma anche, ribaltando il disegno geopolitico delineato a a Versailles, l’ordine post bellico imposto dalle potenze plutocratiche occidentali — “i divoratori di carne umana” —, immaginò una “Lega dei popoli oppressi”— estesa dall’Egitto all’India sino all’Oriente più estremo —e tentò di costruire sull’Adriatico, da Fiume alla costa dalmata e alle sue isole, un Principato personale, in forma di Antistato, “faro del Mondo Nuovo”, ma mai, a differenza dei suoi “colleghi”, si macchiò le mani di sangue. Quando Giolitti nel dicembre 1920 ordinò al Regio Esercito di sparare sui legionari fiumani, il Doge del Quarnaro preferì, dopo una resistenza poco più che simbolica, cedere e partire. Una differenza sostanziale che fa della “Città di vita” – un’esperienza ottimamente indagata da Di Rienzo nel suo formidabile “D’Annunzio diplomatico e l’impresa di Fiume (Rubbettino) – una delle pagine più luminose e fascinose della nostra travagliata storia unitaria. E non fu cosa da poco. 
