“Mi hanno salvato la vita ma ora non sono più me stesso. E allora chi hanno salvato?” (Augusto Iossa Fasano)

Fra le domande che complicano lo strascico di un tumore al seno c’ė anche quella sulle protesi: perchè molte soubrette ed attrici vanno fiere del loro seno rifatto e, al contrario, le donne che hanno avuto un tumore ( molto spesso ) detestano il loro seno finto? Eppure sempre di silicone si tratta…

Davanti a questo dato di fatto ci sembra di avere la spiegazione in tasca: le une, le soubrette, vanno sotto i ferri per un fine estetico, apparire e sentirsi più belle, le altre ci finiscono perchè costrette, temono il ripresentarsi della malattia e la morte, ecco che il decolletè finto a loro ricorda tutto questo. Una sorta di tatuaggio del dolore. Se poi aggiungiamo le possibili infezioni e gli effetti dannosi e permanenti della radioterapia sulla pelle, è più facile che siano le donne che hanno avuto un cancro a non gradire le rotondità al silicone.

Questo è senz’altro vero, come è vero però il contrario: ritrovarsi con un seno bello, anche se finto, può contribuire a esaltare una femminilità che si credeva perduta.

Ma c’è ancora un’altra lettura. La protesi come fonte di disagio che accomuna entrambe le categorie di donne e anche tutti gli altri “portatori di protesi”. Motivo? Non si accetta di convivere con un corpo estraneo. Ce lo spiega bene Augusto Iossa Fasano, psichiatra e psicoanalista e autore del libro “Fuori di sè” (ETS edizioni)

“La medicina hi-tech, ogni giorno aiuta milioni di persone a migliorare la qualità della vita e a risolvere delicati problemi di salute. Abbiamo arti artificiali, organi trapiantati, protesi dentali, bypass, dispositivi medici di alta tecnologia che ci permettono di vivere trasformandoci. Le protesi sono un disagio inedito di cui non abbiamo idea. Stiamo male e non ne conosciamo il motivo. La causa di questo malessere è la mutazione del nostro corpo che poi può provocare un’alterazione dell’identità”.

“Un esempio noto a tutti è la spinta distruttiva che ha visto protagonista lo sportivo Pistorius arrivato ad uccidere la fidanzata – riflette Fasano – L’oggetto che ripara un handicap, in questo caso l’arto artificiale, può far perdere il senso di sè”. Seguendo questo ragionamento, una carrozzella o un paio di occhiali (protesi mobili) sono meno “estranianti”, non rischiano di farci perdere l’identità.

Nel suo libro Iossa Fasano illustra diverse testimonianze di pentiti delle protesi che, dopo aver manifestato disturbi importanti (angoscia, depressione, crisi deliranti) decidono di farsi rimuovere l’oggetto “che aliena”.

L’autore parla di “uomo cyborg”, o bionico, un Goblin ( l’eterno nemico di Spiderman) con tanti superpoteri e l’incapacità di gestirli fino a morirne.

Che fare dunque? “Ci sono persone più a rischio di altre – ammette Iossa Fasano – l’importante è smascherare le nostre fragilità, riconoscerle, come si fa con un nemico. Purtroppo, se è vero che è condivisa la pratica di un sostegno psicologico per i trapiantati, non accade lo stesso per i portatori di protesi. Il messaggio del mio libro è anche questo. Non ci può essere medicina senza etica o senza relazioni interpersonali…”

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