Alla fine di queste parole capirete, forse, cosa intendo. Con le immagini.
Provate per credere.

È quasi l’una. Vicino a me ho qualche sorso di grappa in un piccolo bicchierino, che, per mia fortuna, così dicono i maggiori, ne conserva il profumo. Mi snoda i pensieri. Ricci come sono. Il lavoro che faccio, che ho scelto e che sceglierei nonostante tutto, mi ricorda di non andare mai lontano dalla realtà. Perché l’acqua è profonda, e si annega facilmente nella fantasia, con la speranza che qualcosa, in questo caos, si aggiusti. Solo perché prima di morire di silenzio, si vuole qualcosa che possa essere ricordato anche da noi, che sembriamo essere nati in una stanza senza colori, né finestre, né porte. Che si risolva la crisi degli uomini, prima ancora che quella dei denari, che si possa tornare, anche solo per poco, ad immaginare una favola a lieto fine da raccontare. E non è più tempo, questo, di distinguere da dove vengano. Come siano fatti. Ma bisogna tornare a cercare esempi di cui parlare, di cercare uomini; uomini che non siano manichini sporchi con i buchi di sigarette spente sopra. In sparute tracce persi nelle rocambolesche avventure di una fine indegna.
Così oggi ho consegnato un pezzo di me al tempo; e ho deciso di andare a nuotare più lontano dalla riva. Con i miei genitori ho visto Francesco Totti lasciare il calcio. Un gioco. I milioni. Ma mai la stessa maglia. Totti non ha lasciato mai quella maglia, per venticinque anni. Perché a casa mia, Francesco Totti, è un momento che ricorre sempre. Un eterno ritorno che attiva una nostalgia del presente inevitabile e sublime. Una leggenda, ancor prima di oggi.
E quindi, ho liberato i ricordi perché andassero subito sopra di me, per aspettarmi quando non ci sarò più. Per poi ricongiungermi con loro, quando non ci sarà più niente, e invece ci sarà tutto, davanti. Quelli che ci faranno dire che è stato un bel viaggio, alla fine di tutto. Magari fissando la coperta bianca che ci copre le gambe, da vecchi. Freddi. Poco prima di spegnere, di smettere. Ogni momento degno di essere ricordato ha senso nella vita di un uomo. E ogni senso vissuto, che ti ha lasciato un segno, qualsiasi esso sia, compone un pezzo che ti porti fino al letto di frassino. L’ultimo in cui sei sdraiato.

E chi se ne frega se viene dalla periferia della vita, come il calcio. E Totti ha giocato a calcio. Ma ha lasciato l’uomo, in pegno, in un momento in cui facciamo fatica a riconoscerci tra di noi. E poco importa se ad immaginare una favola a lieto fine da raccontare sia stato un calciatore, cioè un operaio del nulla.

Ma tanto, siamo tutti impiegati del nulla. Se pensiamo di lasciare un segno obliquo e, a mala pena visibile, nel libro della storia.

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La partita finisce. Finisce pure il campionato. Poi sembra tutto un film. Come Rocky Balboa che piange vittorioso sul ring russo dopo aver sconfitto Ivan Drago, il mostro invincibile, che prende il microfono e moralizza gli spettatori. Non ci credeva nessuno, e forse, realizzeremo nei giorni. Per chi è della Roma, che il Capitano non entrerà più in campo. Per chi è italiano o del calcio se ne frega, che ci siano storie come questa da raccontare. Di una commozione collettiva, di un rispetto che arriva persino dai peggiori avversari. Di chi ha detto “speravo de morì prima de sto momento”, di striscioni e di uno stadio pieno, di 70mila persone in lacrime. Di così tanta naturale umanità in un momento disumano, in cui una strage serve a fare un titolo di giornale, e poi essere dimenticata per fare spazio alla prossima notizia. Di un uomo che non si è corrotto al denaro, che non ha rinnegato le vie in cui è cresciuto, che ha tenuto duro, che ha creato una vita curando la sua casa. Che non s’è fatto ingannare. Uno che, come qualcuno ha scritto: “Della modernità hai vinto la più grande battaglia, 25 anni con la stessa maglia”. In un mondo di mercenari, di figli di puttana, di viscidi servi, di nani raccomandati, di scarti di fabbrica, di uomini piccoli che svendono il loro tempo. Ebbene, a Roma, la casa degli uomini vittoriosi, tra teste cinte di alloro e candido marmo, un ragazzo di Porta Metronia, un operaio del nulla in un mondo perverso, ha preso il microfono e ha raccontato una storia tra sogno e realtà, che ci serviva. Perché non avrà risolto un conflitto internazionale, non avrà fatto le riforme. Ma c’ha ricordato il cantuccio, l’intimo, c’ha ricordato che è possibile coltivare l’uomo, arrivare sull’Olimpo e rimanere se stessi; c’ha ricordato che la semplicità può ancora essere la ragione principale del tutto. Ma non c’era nulla di costruito. Come la beneficenza fatta negli anni, come i gol che hanno incantato l’Italia, come il rigore con l’Australia ai mondiali del 2006, come la fedeltà ad un’unica maglia, ad un emblema, estensione immaginifica di un impero che a Roma ha avuto i natali. Come una famiglia qualunque, come il dialetto romano preferito ad una lingua regina. Totti ha ricordato che il calcio è della gente. Anche se non è nulla.

La Roma popolare, la vita normale, l’uomo in lacrime che gira e rigira il campo con i figli in braccio. E si ferma a piangere su un cartellone pubblicitario perché l’abitudine è finita, che l’amore non lo compra un assegno, né lo spegne il tempo. Come avrebbe fatto chiunque. Nel calcio, la fabbrica del nulla, che ripercorre in fretta gli stereotipi di questo tempo e li riassume, in cui siamo abituati a rinnegati, venduti, vendette, piccolezze; e scandali, volanti in campo, arresti. Confessioni, testimonianze, compravendite. Denaro che copre il silenzio, e copre altro denaro. Ecco, in questo calcio, oggi, Francesco Totti, candidamente, ci ha riportato alla purezza dello sport. Sforzo autentico, così come lo definiva Ortega Y Gasset: “La cultura non è figlia del lavoro ma dello sport. Si sa bene che attualmente mi trovo solo tra i miei contemporanei nell’affermare che la forma superiore dell’esistenza umana è proprio lo sport […] Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […] Si tratta di uno sforzo lussuoso, che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita […] Lo sport è sforzo fatto liberamente, per pura soddisfazione in sé, mentre il lavoro è uno sforzo a cui si è costretti in vista del suo rendimento”. Ecco perché lo sport ci unisce, inspiegabilmente. Ecco perché da esso siamo attratti istintivamente.
Quanto queste parole, caro Francesco, si addicono a te. Sono cucite sulla tua maglia. Parole.
Tu che hai ricordato a 70mila persone di “aver paura”, con a fianco la tua famiglia, che hai ringraziato la tua gente.

Sarà difficile mantenere denso come le ore appena trascorse il ricordo, e con la stessa intensità parlarne ai miei futuri figli.

Le cose semplici reggono il tutto. E proprio nelle piccole spese fallisce l’azienda…

Grazie Capitano. Grazie di essere cresciuti insieme.
Non ti dimenticherò mai.

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