Esiste un dogma che nessuno (o quasi) osa mettere pubblicamente in discussione. Il dogma secondo il quale fare un figlio o una figlia sarebbe il gesto più altruistico. Anzi, la quintessenza dell’altruismo. Il dono della vita. Un sacrificio disinteressato. Quasi una missione morale. “Figli per la Patria”. E se, invece, mettere al mondo un bambino o una bambina fosse uno degli atti più profondamente egoistici che un essere umano è in grado di compiere? La domanda può apparire provocatoria, ma vale la pena porsela. Ma, prima di arrivarci, bisogna porsene un’altra:  perché si fanno figli? Le motivazioni sono molteplici. C’è chi li fa per lasciare una parte di sé dopo la morte. Chi per dare continuità alla propria famiglia. Chi, ancora, per trovare un significato più profondo all’esistenza. Ma i figli si fanno anche per consolidare una relazione. O per non affrontare la vecchiaia in solitudine. Oppure, ancora, per soddisfare un desiderio personale o le aspettative della società. Tutte ragioni comprensibili, perfino rispettabili, ma difficilmente classificabili come altruistiche. Il primo beneficiario della scelta, infatti, è quasi sempre chi la compie, non chi ne subisce le conseguenze, cioè chi nasce.

Foto di Bessi da Pixabay

Sì, conseguenze, esatto. Perché gioverebbe, forse, porsi un quesito ancora più scomodo: siamo davvero certi che venire al mondo rappresenti sempre un beneficio per il nascituro? Lo diamo per scontato, ma non abbiamo alcuna prova che sia così. Soprattutto, non abbiamo modo di chiederlo all’unica persona realmente interessata. Il bambino o la bambina che dovrà nascere, infatti, non ha alcuna possibilità di scelta. Non può esprimere consenso, né dissenso. La decisione di farlo o farla venire al mondo è presa integralmente da altri, sulla base dei loro desideri, delle loro speranze e delle loro convinzioni. È una scelta irrevocabile, che impegna un’altra persona per tutta la durata della sua esistenza. Si obietta spesso che, una volta nato, un individuo debba essere felice e grato della propria vita. Certamente è un pensiero molto consolatorio. Perché è altrettanto vero che potrebbe non esserlo. Potrebbe attraversare una vita segnata dalla malattia, dalla povertà, dalla violenza, da una grave disabilità, da un disagio psichico o semplicemente da un’insoddisfazione profonda. Potrebbe persino arrivare a desiderare di non essere mai nato, come testimoniano le tragedie quotidiane dei suicidi. Nessuno può escludere questa eventualità nel momento in cui decide di mettere al mondo un figlio.

Ed è proprio qui che vacilla la retorica della procreazione come atto altruistico. Come dono. L’altruismo consiste nell’agire nell’interesse di qualcun altro. Ma come si può affermare con certezza di agire nell’interesse di una persona che ancora non esiste, che non può esprimere alcuna preferenza e che dovrà sopportare tutte le conseguenze di una decisione presa da altri? Ogni anno, del resto, milioni di bambini vengono alla luce in Paesi devastati da guerre, carestie, persecuzioni, povertà estrema e assenza di cure sanitarie. Secondo l’UNICEF, centinaia di milioni di minori vivono in condizioni di grave deprivazione materiale o in aree di conflitto. Per loro la vita non comincia con una promessa, ma con una lotta quotidiana. Sarebbe però troppo facile relegare questa riflessione al cosiddetto Sud del mondo. Anche nell’Occidente ricco e tecnologicamente avanzato la condizione umana appare tutt’altro che rassicurante. Mai come oggi si registrano livelli così elevati di ansia, depressione e disagio psicologico, tanto che il consumo di antidepressivi, ansiolitici e altri psicofarmaci è cresciuto in maniera significativa nella maggior parte dei Paesi sviluppati. Sempre più bambini e adolescenti vengono presi in carico dai servizi di neuropsichiatria infantile, mentre le liste d’attesa per il supporto psicologico si allungano anno dopo anno. Le nuove generazioni, poi, complice il modello capitalista, affrontano un’esistenza caratterizzata da una competizione permanente: a scuola, all’università, nel lavoro, perfino nelle relazioni sociali, ormai filtrate dalla continua ricerca di approvazione sui social network. A ciò si aggiungono precarietà occupazionale, difficoltà nell’accesso alla casa, salari stagnanti, instabilità geopolitica e l’incertezza legata ai cambiamenti climatici. Per molti giovani del mondo cosiddetto “sviluppato” il futuro non appare più, da tempo, come una promessa di progresso, ma (quando va bene) come una continua rincorsa per conservare ciò che le generazioni precedenti consideravano acquisito.

In questo contesto, mettere al mondo un figlio significa inevitabilmente esporlo anche a queste difficoltà. Nessun genitore può garantirgli salute, serenità, realizzazione personale o semplicemente una vita che egli stesso giudicherà degna di essere vissuta. Può soltanto sperarlo. Ed è proprio questa sproporzione tra la certezza della decisione e l’incertezza del suo esito a rendere discutibile la rappresentazione della procreazione come gesto altruistico.

Persino le statistiche sembrano suggerire, del resto, che la genitorialità sia soprattutto un progetto individuale. Nei Paesi OCSE il tasso di fecondità è passato da oltre tre figli per donna negli anni Sessanta a circa 1,5 oggi. Le indagini mostrano che molti rinunciano ai figli quando ritengono che il costo economico, professionale o personale sia eccessivo, mentre il rapporto dell’UNFPA evidenzia come il desiderio di avere figli sia strettamente legato alle condizioni materiali e alle aspirazioni individuali. Non si rinuncia a un dovere verso la collettività: si rinuncia a un progetto di vita personale. Esistono, naturalmente, genitori animati da autentico spirito di dedizione, e nessuno mette in discussione l’amore che può nascere e crescere nei confronti dei propri figli. Ma l’affetto successivo non coincide necessariamente con la motivazione originaria della scelta. Si può amare profondamente un figlio e, al tempo stesso, riconoscere che la decisione di metterlo al mondo sia nata anzitutto da un proprio desiderio.

Forse, allora, sarebbe maturo e opportuno spogliarsi della retorica: fare un figlio non è altruismo.  Non è un donarsi. Più spesso è la realizzazione di un progetto profondamente ego-riferito: il desiderio di lasciare una traccia di sé, di dare continuità alla propria storia o semplicemente di sperimentare la genitorialità. E poi, tornando al filo conduttore della riflessione, c’è un dato che nessuna narrazione può cancellare: il protagonista di questa scelta è anche l’unico a non potervi partecipare. Il nascituro non può dire sì, ma neppure no. Non può chiedere di essere messo al mondo, così come non può rifiutare una decisione che lo accompagnerà per sempre. Eppure sarà proprio lui a sopportarne integralmente le conseguenze, qualunque esse siano: la felicità come la sofferenza, i successi come le delusioni, l’amore come la perdita. Ogni figlio viene al mondo senza averlo chiesto, ma con la certezza di dover affrontare tutto ciò che l’esistenza comporta: la fatica, la competizione, la malattia, le sconfitte, l’invecchiamento e, infine, la morte. A volte, oltre ai propri dolori, è costretto a sopportare quelli dei genitori. Le cui “colpe”, come è noto, ricadono sui figli: se un genitore ha un fallimento professionale, se un genitore divorzia, se un genitore finisce nei guai con la giustizia o il fisco chi paga sono anche e sempre i figli. Che a tutto questo possano corrispondere anche gioie immense è fuori discussione. Ciò che resta impossibile sapere, però, è se il diretto interessato avrebbe accettato questo scambio, se solo avesse potuto scegliere.

È questo, forse, il punto che più dovrebbe far riflettere. Se davvero la procreazione fosse un atto di generosità, dovrebbe essere compiuta innanzitutto nell’interesse di chi nasce. Ma, come già affermato, questo interesse non può essere conosciuto in anticipo, né tantomeno può essere espresso dal nascituro. Per questo mettere al mondo un figlio assomiglia meno a un dono e più a una scommessa: una scommessa esistenziale giocata da qualcuno, ma destinata a essere vissuta interamente da qualcun altro.

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