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Esiste una parola che, più di ogni altra, gode oggi di un prestigio quasi sacrale: cambiamento. Cambiare lavoro, città, abitudini, relazioni, identità. Cambiare per crescere, cambiare per migliorarsi, cambiare perché restare sarebbe già una colpa. Il mutamento non è più una possibilità: è diventato un comandamento. E chi difende la continuità viene subito sospettato di paura, pigrizia o nostalgia. Eppure, nessuna civiltà è sopravvissuta grazie al movimento perpetuo. Le tradizioni hanno costruito ordine fissando limiti, ruoli, riti, appartenenze. Hanno insegnato che non tutto deve essere reinventato e che la libertà, senza una forma, finisce nello smarrimento generalizzato. La casa, la famiglia, il vicinato, la comunità, il mestiere tramandato, la terra lasciata in eredità: erano coordinate capaci di collocare l’individuo nel mondo prima che fosse costretto a inventarsi ogni giorno da capo.

La società liquida ha rovesciato questa logica. Ci vuole mobili, adattabili, disponibili, sempre pronti a ricominciare. Ma disponibili a chi? Quasi mai a noi stessi. Soprattutto disponibili al nuovo dio della contemporaneità, soprattutto occidentale: il mercato. L’uomo senza radici, senza legami è il consumatore e lo schiavo salariato perfetto: non eredita, acquista (se può permetterselo, altrimenti noleggia); non custodisce, sostituisce; non appartiene, sceglie da un catalogo. Persino i legami diventano servizi revocabili: finché funzionano si tengono, quando chiedono sacrificio si cambiano.

Così il soggetto, precedentemente inserito in una rete di doveri ma anche di protezioni, si trasforma in individuo apolide. Gli viene detto che è finalmente libero, proprio mentre perde le tutele parentali, la solidarietà di prossimità, la memoria condivisa e la forza che nasce dal non essere soli. Deve vendersi continuamente, divenire “imprenditore di sé stesso”. Competenze, immagine, disponibilità, perfino emozioni, vanno messe in mostra nei vari “mercati”: quello del lavoro come quello relazionale. E se non regge il ritmo, la colpa è sua. Non di un sistema che lo espone continuamente a competizione e precarietà, ma della sua incapacità di evolvere. In questo contesto, la retorica del cambiamento svolge una funzione precisa: nobilita l’instabilità. Chi perde il lavoro deve “reinventarsi”; chi lascia la propria terra, la propria famiglia e i propri amici più cari deve “cogliere un’opportunità”; chi vede dissolversi relazioni e legami affettivi o amorosi deve “aprire la mente”. Le parole trasformano una privazione in progresso e una necessità in scelta. Il mercato demolisce i ripari, poi vende corsi per sopravvivere alle intemperie.

Naturalmente la stasi assoluta non esiste, né sarebbe desiderabile. Ogni organismo vive perché muta, si adatta, certo. Ma vive anche perché, pur mutando, conserva una forma precisa. Quando la perde, collassa. Proprio come certi antichi imperi. Ma, si potrebbe anche aggiungere, un albero cresce verso l’alto soltanto se le radici scendono in profondità. La serenità non nasce dall’immobilità propria della morte, bensì dalla stabilità feconda: sapere dove tornare, a chi appartenere, quali principi e valori non siano negoziabili. Oggi, di fronte a un mondo e a una società che appaiono sempre di più come un mare in tempesta, capace di produrre solo chinetosi, il vero coraggio non consiste (nonostante il sistema, dagli anni della formazione scolastica in poi, ci insegni ormai il contrario) nel cambiare ancora e ancora. Nel reinventarsi. No, consiste nel restare. Restare fedeli a una promessa, a una terra, a una famiglia, a un matrimonio, a un mestiere. Restare fedeli, soprattutto, a una misura. In un’epoca che adora il movimento fine a sé stesso, la più radicale delle ribellioni è difendere ciò che merita di non essere sostituito.

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