Maschera e volto dell’America trumpiana
Esiste un equivoco che ha accompagnato Donald Trump (e il cosiddetto “trumpismo”) fin dalla sua prima comparsa sulla scena politica: aver scambiato il suo disprezzo per il linguaggio dell’impero con un’avversione per l’impero stesso. Poiché insultava la NATO, derideva l’establishment neoconservatore e democratico, criticava le “guerre infinite” e prometteva di occuparsi anzitutto dell’America, molti lo definirono isolazionista. Altri videro in lui il presidente “jacksoniano” che avrebbe restituito gli Stati Uniti ai propri confini, sottraendoli alla missione di amministrare il pianeta. Era un’illusione. E oggi, davanti alle fiamme che si estendono dall’Ucraina al Golfo Persico, appare come una delle illusioni politiche più costose del nostro tempo. Nel suo discorso d’insediamento del gennaio 2025, Trump promise che la potenza americana avrebbe fermato le guerre. La sua stessa amministrazione si era attribuita anzitempo il titolo di “presidenza della pace”. Ma il documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale pubblicato alla fine dello stesso anno dichiarava un obiettivo assai meno pacifico: riunire tutte le risorse statunitensi per rafforzare la potenza e la “preminenza” dell’America. Non il ritiro dal mondo, dunque, ma la riaffermazione del primato. Non la fine dell’egemonia, bensì la sua liberazione dai rituali, dalle cautele e dalle ipocrisie del vecchio internazionalismo liberale. Trump, quindi, non voleva un’America meno imperiale. Voleva un impero meno pudico.
L’equivoco è nato, in parte, dal significato attribuito alla formula “America First”. La si interpretava come “l’America torni a casa”, mentre significava soprattutto “l’America comandi da sola”. Trump non rifiuta l’intervento in quanto tale: rifiuta l’intervento dal quale Washington non ricavi un vantaggio immediato, visibile e possibilmente monetizzabile. Non contesta le alleanze perché limitano la guerra, ma perché possono limitare la libertà d’azione degli Stati Uniti. Non vuole sciogliere la NATO: vuole trasformarla in una struttura tributaria, nella quale gli alleati paghino di più, acquistino più armamenti americani e mettano territori, porti e basi al servizio della proiezione militare statunitense. Ad Ankara, il segretario generale della NATO Mark Rutte ha recentemente celebrato la leadership di Trump come la forza che starebbe “trasformando” e rafforzando l’Alleanza. Nella preparazione del vertice, Rutte aveva persino descritto l’Europa come una grande piattaforma per la proiezione della potenza americana. Il presunto distruttore della NATO è diventato così il sovrano davanti al quale la NATO aumenta le spese, amplia la produzione bellica e promette obbedienza totale e assoluta.
Alcuni osservatori hanno descritto questa metamorfosi attraverso formule radicali: la caduta della maschera pacifista del trumpismo, il ritorno dell’escalation come metodo ordinario di governo mondiale. È una lettura polemica, ma coglie il cuore della contraddizione. Trump non ha tradito gli slogan “America First” e “Make America Great Again”: ne ha manifestato il significato autentico. Prima gli interessi americani, ovunque nel mondo; prima il diritto americano di decidere quali confini siano inviolabili, quali governi siano legittimi, quali traffici marittimi siano liberi e quali popoli debbano accettare la pace preparata a Washington. E l’Ucraina rappresenta il primo laboratorio di questa trasformazione. Trump era infatti arrivato alla Casa Bianca promettendo una soluzione rapida del conflitto. Si presentava come l’unico uomo capace di parlare contemporaneamente con Mosca e Kiev. Qualche trattativa si è effettivamente svolta: incontri a Istanbul nel 2025 e colloqui successivi ad Abu Dhabi e Ginevra nel 2026. Ma il negoziato si è definitivamente interrotto lo scorso mese di febbraio, proprio mentre Washington trasferiva attenzione e risorse verso la guerra contro l’Iran. A metà luglio il Cremlino ha posto una pietra quasi tombale sulle ambizioni diplomatiche di Trump, dichiarando che non esistono prospettive immediate per la ripresa dei colloqui.
La realtà, probabilmente, è che la diplomazia è stata sostituita, ancora una volta, dall’amministrazione industriale della guerra. Al vertice di Ankara, infatti, Trump ha annunciato la concessione all’Ucraina di licenze per produrre intercettori Patriot. Il gesto viene presentato come difensivo, ma possiede un significato politico più ampio: integrare ulteriormente Kiev nel sistema militare e produttivo occidentale. La NATO afferma ormai di fornire, attraverso i propri membri, quasi tutta l’assistenza militare ricevuta dall’Ucraina. In sintesi, come dalle colonne di questo blog si era già predetto mesi fa: l’Europa paga, l’industria americana produce, l’Ucraina combatte. È questa la nuova versione dell’isolazionismo: non ritirare l’America dalla guerra, ma allontanare dall’America una parte dei suoi costi. Soprattutto quelli umani. Tra gli osservatori più allarmisti vi è chi interpreta la concessione delle licenze per i Patriot e il riarmo europeo come gradini verso uno scontro diretto tra NATO e Russia. Alcune conclusioni, tuttavia, appaiono speculative, ma il rischio di una escalation è discusso anche da analisti autorevoli. Intanto il fronte resta sostanzialmente bloccato e l’Ucraina ha sostituito il proprio comandante militare in capo nel mezzo di tensioni interne.
Tuttavia è in Medio Oriente che la delusione si trasforma in vera e propria confusione. Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Da allora la guerra ha attraversato continue ondate di bombardamenti e il fallimento, clamoroso, del memorandum siglato solo lo scorso mese di giugno. Nella notte tra il 22 e il 23 luglio le forze statunitensi hanno concluso la dodicesima notte consecutiva di attacchi. Il tema dirimente è il controllo dello stretto di Hormuz, dal quale transita il 25% del petrolio mondiale. Washington sostiene di voler proteggere la navigazione commerciale, Teheran, per contro, contesta questa legittimità. Il presidente che doveva chiudere le “forever wars”, così, si trova così immerso in una guerra senza una chiara definizione di vittoria. Gli obiettivi proclamati dalla Casa Bianca includono la distruzione delle capacità militari iraniane e il contenimento del programma nucleare. Il Pentagono, nel frattempo, ha quantificato in 37,5 miliardi di dollari i costi della guerra e centinaia di feriti tra i militari americani. Una guerra che non rimane confinata: gli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, minacciano il traffico nel Mar Rosso, mentre Israele e Libano tentano un fragile dialogo. Vi è chi sostiene, probabilmente a ragione (sebbene non si capisca con quali probabilità di successo), che la guerra contro l’Iran miri anche a ridefinire l’ordine regionale. Altri osservatori sottolineano le evidenti difficoltà, da parte americana, di tradurre la superiorità militare in risultati politici. Gaza e la Palestina completano il quadro. Il piano di pace trumpiano prevede aiuti e una amministrazione tecnocratica, ma la situazione resta critica con milioni di civili in condizioni umanitarie drammatiche. In poche parole, il caos. Ma un caos dal quale emerge il predatore più forte, anche a discapito di chi (per esempio gli europei) si racconta a torto come un “alleato”. Quando, invece, è trattato da suddito. E paga il conto dei capricci del dominus, per esempio nell’ormai esorbitante costo dell’energia.
Ma è questa, di fatto, la natura dell’egemonia trumpiana. Essa non possiede più il vocabolario universalista dei democratici o dei neo-conservatori, ma mantiene ben saldo l’obiettivo del primato globale. Trump non ha smantellato l’impero liberale, ne ha semplicemente strappato le decorazioni. La sua America non vuole governare ogni villaggio, ma pretende, allo stesso tempo, che nessun villaggio possa sottrarsi alle conseguenze delle decisioni prese a Washington. La delusione, oggi, appartiene a chi lo aveva creduto un uomo di pace. Al mondo dei sovranisti europei e “MAGA“. Per chi invece definisce ancora “isolazionista” il presidente sotto il quale l’America bombarda l’Iran, riarma l’Ucraina e disciplina la NATO non resta che lo sconcerto. Perché, se Trump prometteva di riportare l’America a casa, ha invece finito per affermare, nei fatti, che l’intero mondo deve essere casa sua.

