La piccola borghesia tele-dipendente, ovvero la dittatura dei mangiatori di cronaca
Ogni epoca produce un proprio tipo umano prevalente ed egemone, all’interno del dibattito pubblico. La nostra, quella dei mezzi di comunicazione di massa, ha prodotto il piccolo borghese tele-dipendente: non abbastanza ricco da governare, non abbastanza povero da ribellarsi, abbastanza impaurito da obbedire a qualunque assurda norma (anzi, di invocarla) purché venga presentata dal piccolo schermo, di gran lunga e checché se ne dica ancora il media più influente, come forma di tutela di un non meglio precisato “bene di tutti“. La sua principale aspirazione non è essere libero, colto o giusto. È essere normale. Essere, cioè, “come tutti“: vestire come gli altri, pensare come gli altri, scandalizzarsi insieme agli altri. La normalità, per lui, non è equilibrio: è mimetismo. Coincide con la media, e la media con la mediocrità elevata a criterio morale. Il piccolo borghese teme soprattutto di apparire diverso. Non domanda se un’opinione sia vera, ma se sia accettabile. Persino la trasgressione deve essere autorizzata dalla moda. Difende la causa del mese e si sente anticonformista insieme a milioni di persone identiche.
È il prototipo dell’uomo-massa: colui che rinuncia alla propria misura per riceverla dalla moltitudine. La sua coscienza funziona per contagio: ride quando gli altri ridono, si commuove quando il montaggio televisivo glielo ordina, odia quando il titolo gli indica il colpevole. Per questo la cronaca è il suo ambiente naturale. La realtà complessa lo annoia; il caso umano, l’emotività istantanea lo eccitano. Analizzare strutture sociali ed economiche o dinamiche di potere richiede studio, fatica, letture mentre commentare un fatto di sangue necessita soltanto di una reazione pavloviana: esprimere un giudizio. Ecco, davanti a una tragedia, il piccolo borghese ritrova finalmente la propria funzione pubblica: giudicare. Non conosce gli atti, ma conosce già la pena. Ignora cause ed effetti, ma pretende che “si faccia qualcosa”. E la politica, incapace di governare processi che durano anni, asseconda emozioni che durano una settimana. O anche meno.
Ed è in questo modo che il piccolo borghese diventa l’arma bianca delle grandi concentrazioni di capitale e di potere. Delle cosiddette lobby. Non perché sia consapevolmente al loro servizio, ma perché indirizza la rabbia verso ciò che non mette mai in discussione i reali rapporti di forza: quelli economici in primis. Sorveglia i comportamenti mentre altri amministrano la ricchezza e il dominio. Discute il gesto sconveniente, la frase offensiva, il delitto del giorno; non discute chi determina i salari o chi trasforma i diritti in servizi a pagamento. Il denaro governa le strutture. La piccola borghesia pattuglia, invece, la morale.
In alto si concentrano patrimoni, si privatizzano beni, si precarizza il lavoro. In basso, l’uomo piccolo-borghese e tele-dipendente chiede divieti, scuse pubbliche, licenziamenti esemplari e nuovi reati. Crede di esercitare sovranità perché può partecipare alla lapidazione mediatica di uno sconosciuto. La sua emotività è preziosa perché prevedibile. Basta offrirle una vittima, un colpevole e una frase semplice: “Mai più”, “tolleranza zero”, “chi sbaglia paga”. Formule perfette per una classe che confonde la severità con la serietà. Il moralismo nasce da questa debolezza. Chi non sa spiegare il mondo preferisce processarlo. La condanna offre un’illusione di superiorità senza imporre la fatica della comprensione. Il piccolo borghese tele-dipendente non vuole capire perché una società produca violenza o precarietà: vuole trovare la persona cattiva che permetta a tutti gli altri di sentirsi buoni.
Già, ma gli altri chi? Gli altri componenti la folla, ovviamente, della quale lui stesso fa parte. Una folla, quella moderna, che non si raduna più soltanto nelle piazze. Si sincronizza davanti agli schermi. Milioni di individui isolati recepiscono, proprio come il cane di Pavlov, il medesimo shock emotivo e, inconsapevoli, lo scambiano per un giudizio personale. È il paradosso dell’uomo-massa contemporaneo: vive solo, ma non pensa mai da solo. Anche la sua idea di ordine è povera. Non pretende istituzioni efficienti, comunità solide o rapporti economici giusti. Pretende che nessuno turbi la superficie. Vuole parole educate in luoghi di lavoro brutali e comportamenti decorosi dentro una società fondata sulla competizione permanente.
La normalità diventa così la maschera del disordine. Purché tutto appaia conforme, nulla deve essere realmente giusto. Ecco perché il grande capitale non può temere questa classe. Anzi, può solo amarla. E servirsene. Sa che potrà impoverirla, purché le lasci il diritto di sentirsi migliore di qualcuno: dell’immigrato, del disoccupato o del personaggio appena dichiarato impresentabile. E il piccolo borghese ricambia, difendendo la norma perché teme il vuoto che troverebbe fuori di essa. Non ha una struttura di pensiero abbastanza forte da sostenerlo. Possiede soltanto l’approvazione degli altri. Per questo obbedisce alla media e chiama equilibrio la propria paura di esclusione.
Non è il potere a dover imporre il conformismo. Gli basta convincere milioni di persone che essere “normali” (cioè il più possibile omologati alla mediocrità) sia una virtù. Da quel momento la folla piccolo-borghese e tele-dipendente farà tutto da sola.

