Neppure gli scandali urbanistici del 2025 hanno scalfito il mito di Milano. Nemmeno i prezzi alle stelle che la caratterizzano. Perché il capoluogo lombardo non è più soltanto una città. È diventata un precetto morale, una pubblicità a cielo aperto. Il modello imbruttito (sia consentita la citazione “pop”) davanti al quale il resto d’Italia dovrebbe sentirsi in colpa, stretto nella morsa di un complesso di inferiorità. Milano corre, produce, innova, fattura. Milano costa. Milano non aspetta nessuno. E proprio per questo, ci viene spiegato ormai da anni, rappresenterebbe il futuro: la metropoli globale nel cuore del Paese dei campanili. Ma, come ogni culto, anche quello di Milano ha i suoi dogmi e ogni dogma impedisce di porre la domanda più semplice: correre, già, ma verso dove?

Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay

Naturalmente esiste ancora una Milano reale, quella fatta di quartieri vissuti da famiglie, anziani, associazioni, artigiani e memorie. Una città assai più complessa della caricatura luccicante proiettata negli eventi business e sui social network. Il problema non è Milano, dunque, ma il suo mito: l’idea che una metropoli interamente subordinata ai ritmi del mercato costituisca il punto più alto dell’evoluzione civile. Nel racconto prevalente, il milanese ideale non appartiene a nulla. Abita temporaneamente in una casa che non sarà mai sua, svolge un lavoro che potrebbe cambiare domani, frequenta persone selezionate in base alle occasioni professionali e consuma esperienze destinate a essere sostituite nel giro di una stagione. Mangia cibo portato da uno sconosciuto, incontra partner attraverso una piattaforma, si allena davanti a uno schermo e chiama “rete” una rubrica piena di contatti ai quali non chiederebbe mai aiuto nel cuore della notte.

Tutto è disponibile, nulla è vicino. Tutto è connesso, nulla è legato. Tutto è apparente, nulla esiste davvero. La vita metropolitana diventa così completamente artificiale. La luce non segue più i ritmi del giorno ma l’orario dell’ufficio; il cibo non racconta una terra ma un marchio (anzi, un “brand”, perché Milano è globale e parla la lingua dei mercati e delle aziende); la festa non nasce da un calendario religioso o comunitario ma da una campagna commerciale; perfino il riposo deve trasformarsi in un’esperienza da acquistare, in qualche centro benessere (o, per meglio dire, in qualche “wellness factory“). L’uomo non abita più un luogo: utilizza servizi. Non conosce il fornaio, il macellaio o il vicino; conosce, però, applicazioni, codici d’accesso e valutazioni a cinque stelle.

Nelle comunità locali, quelle che ancora sopravvivono nel resto d’Italia, soprattutto in provincia, al contrario, lo spazio conserva ancora una densità umana. La piazza non è soltanto un vuoto tra edifici, ma il punto nel quale le generazioni si osservano e si riconoscono. Il bar non è un locale “di tendenza”, bensì un piccolo archivio di storie. La famiglia, con tutti i suoi limiti, non è un contratto rinnovabile o meno: è una trama di obblighi, protezioni e memoria. Si appartiene a una terra non perché essa sia perfetta, ma perché ci ha preceduti e, sicuramente, ci sopravvivrà. Ma è proprio questo il mondo che la contemporaneità apolide sente di dover ridicolizzare. Da qui nasce, per esempio, molta della retorica contro il Sud: non una critica concreta ai suoi problemi, spesso reali e gravissimi, ma il disprezzo per tutto ciò che non si lascia convertire senza residui al linguaggio dell’efficienza. Il pranzo familiare diventa arretratezza, il legame con il paese immobilismo, la lentezza incapacità, l’aiuto dei parenti familismo. Ogni forma di vita non interamente consegnata al mercato e alle sue inflessibili e spietate leggi viene descritta come una patologia.

La battuta sul meridionale (o sul “giargiana”, per dirla alla milanese) è allora meno innocente di quanto sembri. Dietro l’ironia sull’accento, sui tempi, sulle abitudini o sulla presunta mancanza di ambizione si nasconde spesso una forma di razzismo culturale: l’idea che esistano esseri umani pienamente moderni e altri rimasti indietro nella marcia della storia. I primi sarebbero mobili, competitivi, totalmente dediti alla performance e senza radici; i secondi sentimentali, dipendenti dalla famiglia e troppo attaccati alla propria terra. Ma davvero l’emancipazione consiste nel pagare un affitto proibitivo per vivere lontano da chi ci ama, vendendo la maggior parte del proprio tempo per acquistare surrogati di socialità sotto forma di eventi o aperitivi di tendenza (o, meglio, “happening“)?

Il Sud (così come la provincia in genere) viene deriso anche perché ricorda qualcosa che il modello metropolitano neo-meneghino vorrebbe cancellare: l’uomo non è nato come individuo isolato. Per millenni è stato figlio di qualcuno, membro di una comunità, custode di una casa, erede di vivi e di morti. La società di mercato, invece, lo preferisce solo. Chi è solo si sposta più facilmente, accetta condizioni peggiori, compra più servizi e oppone minore resistenza. Le tutele naturali vengono prima screditate come oppressive e poi sostituite con prestazioni a pagamento. Non si tratta di idealizzare il paese, il borgo o il Mezzogiorno. Poi, chiaro, le comunità possono soffocare, così come le famiglie possono ferire e le tradizioni degenerare in conformismo. Ma almeno possiedono una forma e un linguaggio che fanno sentire a casa. Che rendono parte di qualcosa, anziché escludere. La metropoli apolide, invece, proclama di aver liberato l’individuo mentre lo consegna nudo alla concorrenza. Gli promette infinite possibilità, ma gli sottrae la possibilità fondamentale: quella di non essere continuamente in vendita.

Milano è divenuta il santuario laico di una religione senza trascendenza. I suoi campanili sono i grattacieli, i suoi sacerdoti i consulenti (o “advisor”), la sua liturgia l’aperitivo, il suo giudizio universale il colloquio di lavoro o la trattativa. Il suo dialetto il “corporatese”, infarcito di termini anglofoni. Non importa chi sei, da dove vieni o che cosa custodisci. Importa soltanto quanto sei disposto a produrre, adattarti e correre senza sosta. “Spingere”, per dirla alla maniera di certi milanesi (o pseudo-tali) veramente imbruttiti. Un culto, quello di Milano, che attrae ogni anno schiere di giovani da tutta la penisola italica. Giovani che pensano, giungendo nel sancta sanctorum del progresso, di emanciparsi dal loro peccato mortale: il temutissimo provincialismo. E che, per raggiungere l’agognata meta, si spogliano di identità e radici per diventare, finalmente, milanesi. Cioè globali. Cioè senza Patria.

Decostruire il mito di Milano non significa, tuttavia, odiarla. Significa sottrarsi al ricatto secondo cui esisterebbe, in Italia, un solo modo legittimo di essere contemporanei. Una civiltà sana non costringe tutti a diventare nomadi del lavoro, consumatori intercambiabili e inquilini della propria vita per cause di forza maggiore. Consente anche di restare, ereditare, appartenere. Perché, forse, il futuro non abita soltanto dove tutto cambia più velocemente. Forse abita anche nei luoghi in cui qualcosa resiste. Perché una città può essere ricchissima di opportunità e poverissima di destino. E una terra giudicata arretrata può conservare, sotto la polvere e le contraddizioni, ciò che la modernità ha perduto: la certezza che nessun uomo si possa salvare da solo.

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