In queste ore viene da chiederselo: Vannacci ha secondi Fini o Vannacci è il secondo Fini?

Ogni forza politica, prima o poi, è costretta a confrontarsi con la propria maturità. Non con la capacità di vincere e convincere, ma con quella di durare. Non con l’abilità di distinguersi, ma con la responsabilità di governare senza consumarsi, mentre ci si realizza. Per gran parte della destra italiana quel momento è adesso.

È lecito affermarlo: fatta la destra di governo, ora va fatta la destra di popolo.

Mal di pancia cronici, istinto e reazione,  l’idea che spesso si manifesta nella base, come un fantasma, di esistere in contrapposizione alla sinistra anziché in affermazione. E ancora, populismi come stati febbricitanti temporanei, innamoramenti politici fugaci, classi dirigenti in cantiere, traduzione culturale low budget: buchi di sistema che se non sanati, rischiano di impedire la fase movimentista a destra, cioè quella  capace di mettere radici, e generare eredità anzitutto umana, condannandola a ripetere errori già visti.

L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega, consumata dopo meno di un anno da vicesegretario, si incastra perfettamente in questa tradizione di fughe in avanti che ha spesso caratterizzato una destra in affanno nello scegliere fino in fondo se essere movimento o partito, se coltivare un elettorato o sedurlo per una sera. È l’ennesima manifestazione della politica take away, da asporto, che scambia la visibilità per consenso e l’identità urlata per progetto?

Il generale che si fa partito non è una novità, ma un classico. È la riproposizione di un gruppo umano che insegue se stesso in un circuito chiuso di parole d’ordine gustose e ancora fumanti sul tavolo della bibbia conservatrice – ma che promette di non essere un museo impolverato e dimenticato –  bloccata in un’eterna gara di purezza. Una destra “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”, che pensa di rendere l’Italia “sovrana, sicura, libera, sviluppata, prospera ed esclusiva”. Un lessico già sentito, una promessa già consumata. Tutto molto anni Novanta. Tutto già visto.

Nel frattempo, la coalizione di governo dimostra – pur nell’inevitavile senso di novità e adattamento – di saper amministrare e di saper tenere insieme sensibilità diverse in nome di un progetto comune: dalla manovra economica alle riforme, fino alla gestione delle crisi internazionali. Non è un dettaglio. È la differenza tra chi governa e chi interpreta la politica come una permanente performance, così: renzianamente.

Eppure c’è chi preferisce il palcoscenico della distinzione, il brivido della scissione, il fascino discreto dell’usato sicuro. Chi pensa che la politica si svolga ancora sui sedili posteriori di un taxi in piena gara tra a chi è più puro, più identitario, più “vero” degli altri.

Ed è qui il nodo politico. Se si vuole davvero bene alla destra, non la si frammenta proprio nel momento in cui governa con ampia maggioranza. Non si mina dall’interno un progetto che ha ottenuto il consenso degli italiani e che risulta tra i più saldi nella storia. Non si apre un nuovo fronte quando bisognerebbe consolidare quello esistente. Perché parlare di purezza e indipendenza mentre si costruisce un partito personale significa fare esattamente ciò che la destra non dovrebbe fare: dividersi quando dovrebbe unirsi, frammentarsi quando dovrebbe costruire.

Il voto, sociologicamente, è sempre più orientato da uno stato di agitazione emotiva permanente. È quella life politics che ha preso il sopravvento da quando la televisione, e poi i social, sono diventati l’arena principale del conflitto politico. Ne derivano stili comunicativi esasperati, semplificazioni estreme, abbassamento dei toni e della qualità dei contenuti per colpire. Così si consuma l’autorevolezza della politica. Antipatica, certo, ma spesso garanzia di una visione strutturata e di una classe dirigente all’altezza.

Operazioni di politica commerciale come questa nascono sempre dallo stesso equivoco: confondere la visibilità con il consenso, l’emozione con il progetto. È il passaggio dalle idee autorevoli alle opinioni autoritarie. Un passaggio legittimo sul piano della spregiudicatezza politica, ma fragile e dannoso su quello della costruzione di una maggioranza solida.

La domanda, allora, è semplice e inevitabile: cosa vuole fare certa destra da grande?

Continuare a giocare a chi è più puro, più identitario, più radicale? O costruire finalmente una destra di popolo fondata sul radicamento territoriale e culturale, sull’amministrazione seria, su una visione di lungo periodo?

Il referendum sulla giustizia del 22–23 marzo 2026 è il primo vero banco di prova. Non è soltanto un “test” sulla magistratura, ma sulla capacità del popolo della destra di essere maturato, abbandonato ogni possibile infantilismo, ogni struttura barocca e demodé, come quelle che si potevano trovare nelle prime esperienze di governo berlusconiane. È l’occasione per dimostrare che si può essere diversi senza dividersi, che si possono avere identità forti senza cadere nella trappola della purezza ideologica.

Fare vincere il Sì non significa solo intervenire sulla separazione delle carriere, sui quesiti, sulla natura della legge, ma dimostrare che la destra è in grado di costruire consenso su un progetto condiviso, non sull’emozione del momento. Che quando si tratta di fare sul serio, ci si vede tutti alle urne, quella mattina. Che governare non è inseguire ogni giorno la versione più estrema di se stessi.

Vannacci sostiene che “nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati”. Metafora efficace. Peccato che la politica non sia il pugilato. Governare un Paese richiede proprio quella capacità di mediazione che oggi viene liquidata come debolezza. E mentre qualcuno cerca il colpo più spettacolare, qualcun altro deve occuparsi della vita quotidiana degli italiani: sanità, lavoro, tasse, sicurezza, giustizia.

Il momento della verità non è nella percentuale alle urne di Futuro Nazionale, o come si chiamerà il movimento del Generale. Il vero banco di prova è se la destra di popolo sarà compatta al prossimo Referendum e saprà resistere alla tentazione di inseguire ogni nuova formazione più pura e più radicale. Se riuscirà a dire: noi facciamo politica, non performance. Noi costruiamo, non distruggiamo. Noi amministriamo. Non rinneghiamo, non restauriamo, come disse “qualcuno”.

Altrimenti continueremo ad assistere allo stesso spettacolo: una destra che si rincorre, si divide mentre governa, che crea nuove sigle inseguendo l’ultima moda o l’ultimo personaggio. Una forza che esiste in contrapposizione anziché in affermazione. Una destra che ha vinto le elezioni ma non ha ancora deciso se vuole davvero diventare adulta. Una destra che non riesce a fermare i propri fantasmi storici, in lotte intestine e feudali che non riescono a generare l’eredità di un uomo sovrano di sé stesso, contrapposto all’uomo globale e indistinto del mondo progressista.

Risulterò impopolare. Molto. Ma è lecito porsi domande, specie all’alba del Referendum, con un governo tra i più longevi e compatti mai esistiti sin dall’alba della Repubblica.

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