C’era una volta l’Africa italiana, un modesto impero coloniale costruito con immane fatica tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento e poi cancellato da una guerra sbagliata quanto dolorosa. Ricordiamo: dopo il fatidico congresso di Berlino del 1882, l’Italia — late comer nella spartizione dell’Africa — si dovette accontentare di zone periferiche come l’Eritrea — la colonia primigenia —, la Somalia, la Libia e poi nel 1936 dell’Abissinia, il boccone più grosso ma anche più problematico.

Poco roba rispetto agli imperi globali britannici e francesi e di certo di gran lunga meno fruttuosa dell’Indonesia olandese, del Congo belga o dei possedimenti lusitani, ma sufficiente per far sognare e inorgoglire gli italiani del tempo che cercarono — con esiti magari contradditori ma non pessimi, anzi… — di sviluppare in quelle terre assolate un inedito modello di “colonialismo di civiltà”, alternativo alla smodata vocazione predatoria dei concorrenti albionici, gallici e belgici.

Illusioni forse, ma anche tanto lavoro e realizzazioni: scuole, ferrovie, porti, teleferiche, strade, fabbriche. E ancora oggi, nonostante conflitti, saccheggi, abbandoni, ruberie, qualcosa d’importante è rimasto, si pensi solo al centro storico di Asmara, un capolavoro d’architettura razionalista, dal 2017 patrimonio Unesco.

Non è perciò un caso che quel lungo, sofferto sforzo d’oltremare persista tutt’oggi nell’immaginario italico; una narrazione sotterranea ma diffusa, un sentimento delicatamente nostalgico, che, come un fiume carsico, a tratti riaffiora. Anche in questo primo scorcio del terzo millennio. Insomma, il mal d’Africa non evapora, non si asciuga. Non ci abbandona. Continua ad intrigarci.

Ed è forse questa una delle possibili chiavi di lettura (di certo non l’unica) per comprendere il successo della saga di Aldo Morosini, una bella catena di carta stampata che s’inanella dal 2008 ad oggi. Già, il protagonista dei romanzi “giallo-coloniale” di Giorgio Ballario —, ottimo giornalista oltre che solido scrittore — ha compiuto ben 18 anni. Un compleanno importante. Le indagini di Morosini — un ufficiale dei carabinieri anticonformista e molto, molto curioso — sono otto lavori tutti ambientati in quel piccolo ma assai complesso mondo italo-africano, otto ricostruzioni, meticolose quanto appassionanti, di un passato che non cessa di affascinarci.

Ed ecco ora “I Racconti del maggiore” (edizioni del Capricorno, euro 15,00), esplicito omaggio al grande Mario Soldati e ai suoi splendidi “I Racconti del maresciallo” — qualche ragazzo invecchiato ricorderà gli sceneggiati RAI del 1968 e del 1984 — che tratteggiano le prime investigazioni del giovane ufficiale dei carabinieri nel Corno d’Africa.

Pagina dopo pagina Ballario ci presenta i principali personaggi della saga — il maresciallo Barbagallo, lo zaptiè Tesfaghi, gli amici Claudio Ragazzoni e Claudio Morandi, l’avventuriero francese Henry de Monfreid (figura storicamente esistita) — immergendoci con maestria nelle atmosfere agrodolci della colonia.

Come d’abitudine l’autore è attentissimo ai particolari, frutto di un importante lavoro di ricerca —i ritrovi come il caffè Savoia e l’albergo Ghedèm, i giornali (tra tutti il Corriere Eritreo), le sigarette Macedonia, la birra Melotti, ma anche gli odori, i colori… —, e tutt’attorno a questo mosaico costruisce le sue trame. Ne “I Racconti del maggiore” lo spunto questa volta è un allegro convivio a Massaua che si trasforma in una narrazione serrata ritmata su sei storie che coprono il primo anno, il 1933, di Aldo Morosini in Eritrea.

Attraverso il suo protagonista Ballario ci presenta uno spezzone di un’Italia esotica, lontana eppure — guarda caso — sempre familiare. Nulla di nuovo. Oggi come ieri, sia all’ombra degli scintillanti grattacieli milanesi o sotto il cocente sole del Mar Rosso, l’Italia è sempre quella. Gli italiani non cambiano. Vizi, difetti, virtù. Viltà, rapacità. Coraggio, onestà. Male e bene.

E allora seguiamo Morosini nel deserto della Dancalia, negli angiporti di Massaua o di Assab, sulle ambe dell’altopiano, e ritroviamo gli idealisti, i temerari, gli avventurosi e poi i fragili, i delusi, i corrotti, gli assassini. Un’umanità variegata, bizzarra e multirazziale — Ballario non concede nulla alla vulgata razzista ma da luce e onore alle genti africane —che in quell’angolo provvisoriamente tricolore cerca o spera in una nuova vita, con risultati contrastanti.

Ed ecco allora il camionista gabbato che cerca un’impossibile vendetta contro una banca truffaldina, un amore clandestino e velenoso, il carabiniere corrotto oppure uno strano “fantasma” che appare e riappare tra i moli di Massaua. E poi la misteriosa sparizione di una spia dell’Ovra, la temuta e molto sopravalutata polizia segreta fascista — e ultimo racconto, di certo il più intrigante — l’impossibile fuga di un uomo disperato, perduto.

Morosini-Ballario narra con elegante scrittura e la giusta pietas — qui i segni di Simenon e di Maughan…—solitudini e speranze, vite estreme ed esistenze bruciate. Un affresco potente quanto avvincente. Ben ritrovato maggiore Morosini….

Tag: , ,