C’è da prendere sul serio il riposizionamento della sinistra mondiale sul tema del woke?
La battuta di Alexandria Ocasio-Cortez — «Woke 1 was crazy» — è stata interpretata da molti come il segnale della fine di una stagione caratterizzata da eccessi, contraddizioni, forzature e vere e proprie follie da menti bacate… perché, in molti casi, di quello si tratta. Sarebbe però opportuno mantenere una certa cautela; anzi, diffidare da letture troppo semplicistiche.
Se infatti si analizzano con attenzione le sue dichiarazioni, non si nota una sconfessione radicale. Al contrario, Ocasio-Cortez ha definito molte di quelle discussioni e battaglie come “fruttuose”, lasciando implicitamente intendere che l’obiettivo non sia quello di abbandonare una prospettiva culturale, ma piuttosto di correggerne alcuni aspetti, soprattutto sul piano comunicativo.
È proprio questo elemento a rendere necessaria la prudenza. Ciò che oggi sembra muoversi negli Stati Uniti potrebbe non essere una revisione profonda dell’impianto generale, ma piuttosto un furbesco tentativo di adattarlo alle nuove esigenze per via di un consenso elettorale in perdita. Il linguaggio potrebbe cambiare, alcune posizioni più radicali potrebbero essere attenuate e alcune rivendicazioni riformulate; ma questo – lo ripeto! – non equivale necessariamente a una messa in discussione delle premesse culturali e ideologiche da cui quel movimento ha preso forma.
Il punto centrale è proprio questo: il wokeismo non è stato soltanto una strategia politica o una scelta comunicativa. È diventato progressivamente un linguaggio culturale, ma è stato innanzitutto un insieme di categorie interpretative attraverso cui leggere la società, la storia e i rapporti tra gruppi. Per questo motivo è difficile immaginare che possa essere ridimensionato intervenendo esclusivamente sulla comunicazione.
Come ho cercato di analizzare in alcuni miei libri sul tema, negli ultimi anni si è affermata una visione fondata su una contrapposizione sempre più netta tra bene e male, tra progresso e arretratezza, tra chi viene collocato dalla parte giusta della storia e chi viene percepito come un ostacolo al cambiamento. In questo quadro, il concetto di “inevitabilità” ha assunto un ruolo rilevante. Molte trasformazioni della società sono state prescritte non come conseguenza di un confronto democratico, ma come passaggi obbligati ai quali adeguarsi. Ad esempio: chi può oggi dichiararsi apertamente contro l’aborto senza essere tacciato di qualunque infamia? Ma questo è solo uno dei tanti tratti distintivi.
Tuttavia è in questo contesto che alcune accuse – come quelle di razzismo, sessismo, omofobia e fascismo — sono diventate strumenti per delegittimare posizioni critiche. Il problema non è, dunque, la lotta contro le discriminazioni, che peraltro appartiene alla tradizione democratica occidentale, ma il rischio che alcune battaglie si trasformino in un odioso sistema di giudizio morale, che per sua stessa natura è incapace di accettare il dissenso.
Per questa ragione non è sufficiente affermare, come ha fatto Ocasio-Cortez, che sia necessario modificare alcune modalità della battaglia politico-culturale. Il wokeismo era nato — almeno nelle intenzioni dichiarate dai suoi sostenitori — come un invito a mantenere alta l’attenzione sulle ingiustizie e sulle discriminazioni. Tuttavia, ha progressivamente assunto – ed era del tutto prevedibile – caratteristiche morali e per questo sarà difficile archiviarlo rapidamente.
Non siamo infatti di fronte soltanto a una questione terminologica o a un problema di comunicazione politica, ma a un insieme di categorie culturali che ha contribuito a definire identità, linguaggi, comportamenti e criteri di valutazione all’interno di una parte significativa della civiltà contemporanea. Per questa ragione, un eventuale ridimensionamento non potrà essere liquidato con un semplice cambio di lessico.
Il fatto poi che Giuseppe Conte abbia immediatamente colto le opportunità offerte dalle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez, utilizzandole per attaccare indirettamente il Partito Democratico, dimostra quanto la questione sia già entrata nella competizione elettorale anche nel nostro paese e il tema venga oramai affrontato come occasione di riposizionamento politico e di recupero del consenso, più che come premessa di una reale revisione dell’impianto culturale.
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