Il Giappone incantato di Lafcadio Hearn

La narrazione occidentale del Giappone si è spesso costruita sulla contrapposizione tra un mondo grottescamente ancorato alla propria tradizione e l’irrompere della modernità tecnologica. Un’immagine fondata su elementi reali, ma non di rado filtrata da semplificazioni e stereotipi.
Lafcadio Hearn (1850-1904), giunto a Yokohama nell’aprile del 1890 come corrispondente, ruolo svolto solo marginalmente, è tra i pochi a sottrarsi sin da subito a questa lettura.
L’esperienza, raccontata ne Il mio primo giorno in Giappone (Adelphi, p. 74), assume i tratti di una vera epifania. Un incanto che si manifesta attraverso paesaggi, gesti, simboli e persino forme dell’abitare («tutto ha un che di elfico»), eppure sempre radicato nella quotidianità e, proprio per questo, mai grottesco.
Uno svelamento legato anche alla sua particolare vicenda personale. Nato a Lefkada da padre irlandese e madre greca, formatosi tra Europa e Stati Uniti, Hearn aveva attraversato realtà diverse senza mai trovare un luogo nel quale sentirsi pienamente radicato. Ed è questa condizione di costante ricerca che contribuisce a orientare il suo sguardo verso le dimensioni più intime di quella cultura, nelle quali innanzitutto riconosce un diverso rapporto tra uomo, natura e spiritualità. Rimane infatti affascinato da una civiltà che, pur attraversata dalle trasformazioni dell’epoca Meiji, conserva un profondo legame con il mondo preindustriale che si riflette anche nelle sue scelte di vita: trova una sistemazione definitiva diventando insegnante d’inglese, sposa Setsu Koizumi, appartenente a una famiglia dell’antica classe dei samurai, e assume infine il nome Koizumi Yakumo.
Uno sguardo capace di riconoscere un significato profondo là dove molti osservatori esterni avrebbero visto soltanto folklore. Ideogrammi, abiti tradizionali, piccole ciotole, gesti lenti nella cura della casa o dell’ospite, oppure episodi marginali come la devozione di un conducente di risciò che interrompe la corsa davanti a una statua del Buddha, diventano tracce di un mondo in cui leggende, racconti tramandati oralmente e dimensione spirituale convivono con la vita quotidiana, fondendo quasi naturalmente etica ed estetica.
La sua opera fu censurata in Occidente durante la Seconda guerra mondiale. Resta tuttavia la testimonianza di una scrittura capace di restituire la vitalità della tradizione giapponese attraverso una forma sospesa tra osservazione etnografica e intuizione poetica.
