Non c’è nessuna infatuazione tardiva o conversione di comodo nell’ultimo libro di Gennaro Malgieri, Il conservatore. Viaggio in un’Italia senz’anima (Edizioni Straborghese, p.210). Dietro queste pagine c’è un cammino intellettuale documentabile, fatto di scelte editoriali concrete e di un lavoro che prosegue.

Un quarto di secolo fa fondò Percorsi, che divenne il principale laboratorio teorico del conservatorismo italiano, offrendo asilo a una tradizione di pensiero trascurata dal dibattito dominante di allora. Non era il primo progetto di questo tipo di cui si facesse promotore. Alla guida del Secolo d’Italia aveva reso le pagine culturali il fulcro del quotidiano, aprendole in modo sistematico ad autori poco letti e poco frequentati. Aveva poi ideato e coordinato riviste, convegni, collane e cicli di incontri per dare a quella cultura continuità e cittadinanza, sottraendola all’occasionalità. Per alcuni anni aveva animato Pantheon, una piccola ma operosa casa editrice d’area, che licenziò un numero cospicuo di volumi dedicati a questo ambito. Tutto ciò accadeva in un’epoca in cui, per gran parte della classe politica italiana, il conservatorismo si esauriva quasi per intero in due sole figure — Reagan e la Thatcher — al di là delle quali non sapeva, o non si curava di, riconoscere alcun altro riferimento; i modelli di Malgieri, invece, guardavano molto più lontano.

Questa lunga semina gli consente oggi di osservare con distacco critico una tendenza: dirsi conservatori è infatti diventato un obbligo di stagione. Il termine è infatti un ampio mantello sotto cui si confondono il moderato e il liberale, il governativo e il neodestrista, e trovano riparo un po’ di populismo, qualche marcato accento demagogico, invocazioni securitarie di maniera e citazioni di seconda mano di qualche filosofo di grido utile per solleticare la platea mediatica. Sono ormai così numerosi, i conservatori, da risultare indistinguibili l’uno dall’altro. Un’etichetta indossata con disinvoltura, senza cognizione delle implicazioni storiche e culturali che porta con sé. Ed è qui che si misura la distanza. Il conservatorismo della migliore tradizione, quella che da Burke passa a Prezzolini e giunge a Scruton, non è una collocazione politica né un vessillo da opporre alla vista dell’avversario. È un terreno di coltura, un modo di stare al mondo, di guardare al rapporto tra individuo e comunità, di attenersi a principi che non mutano da un’epoca all’altra. Precede l’emiciclo parlamentare ed eccede la destra: non coincide con un partito né con i suoi rappresentanti, ed è anzitutto una disposizione dell’animo. Per i più, invece, è soltanto un modo nuovo e più presentabile di dirsi di destra, una riformulazione lessicale che riconduce ancora una volta all’asse consueto della contrapposizione partitica. Lettura in parte veritiera, ma incapace di esaurire integralmente la definizione. Anche perché quella tradizione è talvolta contraddittoria e anarcoide proprio in quanto non ideologica: tende cioè al realismo e al pragmatismo, che possono, se non maneggiati con cura, declinare verso il cinismo.

Le pagine del libro mostrano quanto l’interpretazione corrente sia spesso lontana dalla sostanza del conservatorismo, che non è uno schieramento e meno che mai una strategia di ammorbidimento per conquistare chi prima diffidava della destra. È uno stile di vita, un insieme di sensibilità, quasi una condizione prepolitica. Da qui muove l’intera opera: un compendio ragionato dei principi conservatori e della storia culturale nazionale ed europea, costruito su fatti, teorie e personalità e sostenuto da una vena in cui si fondono senso pratico e malinconia. Il sottotitolo, «Viaggio in un’Italia senz’anima», non è infatti una formula a effetto: è la chiave del volume. È la nostalgia, venata di disincanto, per ciò che si sarebbe potuto edificare e non è stato, per una nazione che ha volto altrove il proprio cammino.

Si parte da un disagio prima di tutto sociale per approdare a una riflessione sul ruolo dello Stato, sul rapporto tra autorità e libertà, e sulle questioni più urgenti del presente. La sovranità, anzitutto, e la distanza che la separa dal sovranismo; l’ambiente, tema che il progressismo sembra essersi intestato; la famiglia e la scuola; e poi l’Europa, oggi più matrigna che comunità di valori e di intenti.

Il viaggio di Malgieri è una ricerca ostinata, e forse sconsolata, di un filo di continuità con la tradizione, impresa che nel tempo presente rasenta l’utopia. Ne discende un tono che alterna la vena polemica a un fondo di amara rassegnazione: quello di chi non depone le armi e continua a custodire ciò che, pure, teme di veder già scomparso.

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