Il duello, nelle forme in cui i secoli ce lo hanno consegnato, è soltanto la follia di un istante o un rito romantico e fascinoso ma irrimediabilmente appartenuto a un’altra età? Oppure è l’invocazione del Caso e, per implicito, di un Dio chiamato a pronunciare un verdetto che gli uomini non sono in grado di emettere? Da questi due versanti prende le mosse C’era una volta il duello (Edizioni Le Lucerne, pp. 190), l’ultimo libro di Riccardo Rubino, per poi spingersi oltre e scavare in territori più remoti. Gli interrogativi di partenza, in apparenza elementari, sono quelli che ciascuno di noi ha prima o poi rivolto a se stesso ma già investono più piani di lettura. È forse un’inclinazione ancestrale, sepolta nel fondo della nostra natura, a indurre i bambini che trovano due rami secchi a farne d’istinto due spade, anziché qualunque altro gioco? O è piuttosto qualcosa di profondo, che maturiamo sotto la pressione delle condizioni sociali? E quale impulso irrefrenabile spinge l’adulto, un poeta come Puškin, caduto nel 1837 per mano del barone George d’Anthès (pare per questioni di corna), o un genio della matematica come Galois, morto a vent’anni nel 1832, a presentarsi all’alba con una pistola in pugno e a mettere la vita sul piatto?

   La risposta è plurale. Chi sfida in questo modo non accetta passivamente il destino: lo costringe a pronunciarsi. E passa innanzitutto per una constatazione che oggi stentiamo a fare nostra: quella violenza era tutt’altro che istintiva, governata com’era da norme e consuetudini minuziose. Dall’Essai sur le duel di Louis Alfred Le Blanc de Chateauvillard al Codice cavalleresco di Jacopo Gelli del 1890, il gesto generò una trattatistica sterminata, di cui si contano titoli a iosa, e in certe epoche penetrò così a fondo nei costumi da imporsi attraverso un vero e proprio ordinamento normativo. Esistevano padrini, armi stabilite, luoghi deputati, orari, formule di sfida e di riparazione: una liturgia di cui il cinema ci ha reso familiari le scenografie, e dal cui fascino ammaliante è nato come sottoprodotto l’intero filone del «cappa e spada».

   Il duello nato da un’offesa d’onore e la singolar tenzone del torneo medievale hanno cause, regole e modalità distinte, eppure convergono nel medesimo esito: la contesa si risolve nello scontro fra due individui, e la sorte dell’uno è consegnata alla mano dell’altro, fino alla morte. In verità, non si tratta di un fenomeno così remoto, benché le ultime generazioni non ne abbiano avuto esperienza diretta: in molte regioni d’Italia, fino alla prima metà del Novecento, talvolta le contese personali e familiari trovavano soluzione anche nella lama, come attestano le cronache dell’epoca, una copiosa aneddotica e una filmografia vastissima. In quel caso il duello travalica il proprio territorio per sconfinare in quello della vendetta, parente stretta ma non gemella, che a fatica si lascia definire con nettezza. Non è questo, tuttavia, il terreno di Rubino, perché la differenza sta proprio nella forma: spogliato delle sue regole, il duello alto e cavalleresco confina con il crimine, ed è perciò la norma a farsi argine e a trattenerlo al di qua di quella soglia. Resta il fatto che, nelle sue diverse vesti, esso fu un’esperienza tutt’altro che rara, ricorrente nella storia di interi popoli, e che non ha conosciuto soltanto la lama o la pistola. Accanto a quello cruento ne esiste infatti uno incruento, misurato nella forma, che si combatte sul terreno del pensiero e della parola: con un ripiegamento strategico, l’antico bisogno di confronto si trasmise dal corpo alla mente, per esempio nell’antica Grecia, quando i primi maestri dialogavano con i discepoli in una sorta di schermaglia intellettuale in cui l’argomento faceva le veci della lama, la confutazione quelle della stoccata, e l’esito della disputa si faceva insieme criterio di verità e sentenza ultima. In tempi più recenti, Schopenhauer, scrivendo L’arte di ottenere ragione, non fa che dare sistema a quella tradizione, codificando l’arsenale di colpi e di parate di uno scontro filosofico che non ammette pareggio. Anche qui qualcuno vince e qualcuno perde, e in questo sta la serietà dell’impresa: chi prende la parola accetta di poter essere confutato e di pagarne il prezzo, come chi impugna una spada accetta di poter essere ferito o di pagare con la vita.

   Oggi la pratica ci appare ripugnante, vestigia di una barbarie da cui ci crediamo affrancati. Eppure, da Achille ed Ettore a Enrico II, da Casanova ai moschettieri di Dumas che hanno allietato la nostra infanzia di lettori imberbi, il duello attraversa l’intera nostra memoria storica. Occorre dunque domandarsi quale bisogno profondo trovasse risposta in quella consuetudine. Chi la liquida come patologia di un tempo passato dimentica che la si ritrova in civiltà lontane per epoca e per geografia, che non appartiene a un ceto determinato, né è invenzione di un’aneddotica compiacente. Si comprende così perché abbia nutrito la letteratura, che ne ha còlto ora la tensione tragica ora la vena avventurosa e brillante, e poi il cinema, talora con un romanticismo di maniera che ci seduceva, e ci seduce tuttora, intrecciandosi naturalmente con il mito e la leggenda. Talvolta confinato in esigue avanguardie artistiche – pensiamo al primo Novecento italiano denso di baruffe tra vociani, futuristi, socialisti e nazionalisti – talaltra diffuso ben oltre, questo fascino risponde a qualcosa di reale: l’estetica dell’onore, ma anche un bisogno di riconoscimento che non si esaurisce nell’arroganza del narcisismo.

   Nei Duellanti, Joseph Conrad racconta l’ostinazione cupa di due ufficiali di cavalleria napoleonici che, per un pretesto d’onore, si sfidano per oltre quindici anni: un’ossessione in cui cova una rabbia ai limiti della follia e permane, nella sostanza, il bisogno di ripagare col sangue un torto patito, per non lasciarlo mai cadere. Ma, appunto, non è solo questo. Non è soltanto ossessione, ed è qui che il libro di Rubino mostra la sua tesi più originale. Ciò che lo scontro porta a compimento è, per certi versi, la possibilità della nascita stessa del diritto: suggella la contesa, distribuisce torti e ragioni, consente di voltare pagina. All’offesa che chiede di essere saldata risponde una sentenza che qualcuno deve pronunciare, e un ordine che deve tornare a prevalere sul caos generato dalla rabbia iniziale e dall’ossessione, dall’oltraggio o da qualunque altra causa. Lo dichiara la premessa di Rubino, che ne fissa l’orizzonte con parole nette: «vi fu un tempo in cui il diritto era una questione di muscoli, sudore, paure, lame e pallottole». Un tempo in cui la giustizia non era un’astrazione demandata esclusivamente a un tribunale, ma poteva affermarsi attraverso la prova fisica e il rischio personale. Per questo non tutti potevano parteciparvi: occorrevano coraggio, un onore da difendere e una dose anche di snobismo, quella di chi si riteneva degno di giocarsi la vita per una ragione, magari ogni singolo giorno.

   La spiegazione che il libro ne ricava è che la violenza, incanalandosi nello scontro fra due persone portatrici di interessi opposti, si riveste di quello che viene chiamato «un potere costituente» e, con esso, di «legittimazione». Il duello nasce così da un atto eversivo rispetto al quieto vivere, ma va subito a integrarsi paradossalmente nell’ordine, perché contesta la norma e nello stesso istante ne fonda una nuova. L’approdo metaforico è netto: una civiltà decade quando viene meno il confronto tra identità che rivendicano la propria differenza e preferiscono il compromesso claustrofobico e reiterato allo scontro aperto; allora ogni differenza si scioglie in un melenso appiattimento e le identità si omologano.

   Qual è la morale della favola? Auspicare violenza e sangue per fondare il diritto? Assolutamente no! Per Rubino, però, è un’illusione consolatoria credere di lasciarseli alle spalle moltiplicando i diritti a dismisura, come sta accadendo di recente. Ne è derivata, infatti, un’inflazione dei diritti: «dove tutto è diritto, nulla più è diritto», scrive Rubino. E, soprattutto, la realtà non si governa soltanto dalla scrivania, ma va interpretata entrandovi dentro e sporcandosi le mani.

   Il duello ricordava che ogni pretesa ha un prezzo e ogni ragione deve potersi misurare con un’altra; smarrito questo principio, resta una pace apparente, che non vuole vedere la violenza ma non sa nemmeno comporre i conflitti.

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