«Che cosa ho visto?»: Thomas Mann e l’occulto
L’interesse di Thomas Mann per l’occultismo nacque, secondo quanto dichiarò lo stesso scrittore, da curiosità intellettuale, in un’epoca in cui questi fenomeni attiravano anche ambienti estranei all’esoterismo. Per altri artisti e intellettuali, tuttavia, l’occulto rappresentava qualcosa di più: una ricerca spirituale o il tentativo di esplorare dimensioni dell’esistenza sottratte alla ragione. Dopo aver raggiunto il suo apogeo nell’Ottocento, tale interesse continuò infatti a coinvolgere, nel secolo successivo, ambienti scientifici, artistici e letterari, per poi attenuarsi gradualmente. Mann vi si accostò senza farne una disciplina né una via di indagine interiore; eppure, l’humus culturale e simbolico dell’occultismo affiora in alcune delle sue opere maggiori, a cominciare da La montagna incantata, dove il confronto con l’irrazionale si intreccia alla riflessione sulla coscienza, sulla malattia e sul senso dell’esistenza.
L’avvicinamento passò anche attraverso conoscenze personali. Sigmund Freud, suo amico, nutriva un interesse professionale per l’occultismo, così come Carl Gustav Jung, che gli dedicò uno specifico saggio. Alla curiosità si aggiunse l’esperienza diretta delle sedute alle quali lo scrittore partecipò tra il 1922 e il 1923 nella casa di Albert von Schrenck-Notzing, medico e parapsicologo, di cui dà conto nel volumetto Esperienze con l’occulto, pubblicato dalle Edizioni La Vita Felice (a cura di Maria Chiara Susini e con testo tedesco a fronte), nel quale si propone di riferire quanto osservato con distacco e assumendo lo sguardo di un cronista più che quello di un interprete.
La complessità della sua opera aiuta a comprendere perché un’esperienza del genere potesse interessarlo. Nella scrittura manniana, la componente autobiografica convive con la dimensione mitica e con le strutture archetipiche; dietro le vicende individuali si celano significati simbolici che rimandano a questioni più ampie. Si può riconoscere, in questa prospettiva, una dimensione iniziatica: non l’adesione a dottrine esoteriche, ma un percorso di conoscenza che conduce i protagonisti a confrontarsi con ciò che inizialmente appare estraneo o incomprensibile. La tensione tra realtà e il suo rovescio, ragione e irrazionale, vita e morte non trova una sintesi definitiva. Gli opposti si combattono, ma rivelano anche una reciproca dipendenza, come se ciascuno custodisse una parte di verità che l’altro non può esaurire. Questo itinerario emerge con particolare evidenza in La montagna incantata. Hans Castorp giunge al sanatorio per una ragione apparentemente contingente e vi intraprende un percorso che trasforma la sua percezione del tempo, della malattia e della morte. La partenza verso la guerra lo riconduce alla storia e alla vita dopo una lunga permanenza in una dimensione sospesa. Il contrasto tra isolamento e partecipazione diventa così il luogo in cui si misura la possibilità di una presa di coscienza. Una tensione analoga, sebbene declinata diversamente, attraversa Doctor Faustus, dove misticismo e irrazionale si scontrano con la ragione e la responsabilità, mentre il protagonista si inoltra in un territorio segnato da potenze tenebrose e dalla ricerca di una possibile salvezza.
In entrambi i romanzi, la trasformazione individuale passa attraverso il confronto con ciò che inquieta e sfugge al dominio della coscienza ed è alla luce di questa tensione che va considerata anche l’esperienza nella casa di Schrenck-Notzing. Convinto di trovarsi di fronte a una finzione costruita ad arte dal padrone di casa, che aveva invitato numerosi artisti del tempo ad assistere agli esperimenti del medium Willi Schneider, lo scrittore accettò di partecipare alle sedute per verificare di persona quanto sarebbe accaduto. Inesperto di pratiche medianiche, riteneva di poter riconoscere eventuali artifici. Proprio per questo, gli fu consentito di ispezionare preventivamente la sala e di muoversi liberamente.
La descrizione degli eventi assume una forma insolitamente asciutta, prossima alla cronaca, che conferisce al racconto un’immediatezza insieme teatrale e giornalistica. La scena si apre al suono di un carillon, nella luce incerta che penetra la stanza. Il medium cade in trance, poi si scuote violentemente, come colto da convulsioni epilettiche, fino a sdoppiarsi in una figura maschile e in una femminile. La sequenza sembra annunciare un evento inquietante e prodigioso, che tuttavia non si compie. Quando la seduta viene dichiarata conclusa, accade invece qualcosa che contraddice le attese: «Dinanzi agli sguardi dei presenti – scrive Mann – e in mezzo al loro stupore, fu sollevato un fazzoletto che si trovava sul pavimento, nei pressi del tavolino, salì con rapidità, decisione, energia verso la luce relativamente chiara della lampada e rimase lì sospeso per due o tre secondi…».
È in questo scarto tra la precisione del resoconto e la comparsa di un fenomeno apparentemente inspiegabile che il racconto trova la sua forza. Mann registra gesti e circostanze, ma non offre una spiegazione rassicurante: l’ordinario convive con ciò che sembra eccedere l’ordine naturale, senza che venga stabilita una gerarchia definitiva tra i due piani.
La dichiarazione di essere rimasto estraneo all’occultismo fino all’invito di Schrenck-Notzing è smentita da Maria Chiara Susini, che richiama l’attenzione su alcuni appunti precedenti, nei quali lo scrittore aveva già annotato il nome e l’indirizzo del medico. Nei taccuini compare per esempio il ricordo di una cena con lui nel 1919.
Le sedute si svolsero in tre serate: il 20 dicembre 1922 e il 6 e il 24 gennaio 1923. Dopo ogni incontro, Mann redasse una relazione da inviare al padrone di casa, in adempimento dell’accordo di riferire quanto osservato. Esperienze con l’occulto riprende e rielabora quei resoconti, originariamente più essenziali e aderenti ai fatti, trasformandoli però in un testo di più compiuta elaborazione letteraria. Quello che avrebbe potuto restare un semplice divertissement riscosse invece un notevole successo presso lettori e critica, impegnandolo per circa due anni in conferenze in diverse città della Germania. Lui stesso definì il testo come una «descrizione novellistico-umoristica infarcita di teoria», sottolineandone il carattere ironico e la componente speculativa. Dietro il tono più sobrio e meno elaborato rispetto alla complessa architettura stilistica dei romanzi maggiori permane ancora una volta una questione: il rapporto tra conoscenza e realtà. A riassumerla è la domanda che apre e chiude il testo: «Ebbene, cos’è che ho visto?».
Non si tratta di distinguere sistematicamente il reale dall’irreale, il fenomeno autentico dall’artificio, ciò che è accaduto da ciò che potrebbe essere stato predisposto. L’esperienza viene piuttosto interpretata come un’«illusione occulta della vita organica», espressione che richiama una delle tensioni centrali della Montagna incantata: il confine incerto tra ciò che si manifesta e ciò che si comprende, tra l’evidenza dei fatti e la loro interpretazione. L’occulto diventa così un’occasione per interrogare i limiti della ragione, senza che l’enigma debba trovare una soluzione.
Negli anni successivi, tuttavia, lo scrittore avrebbe definito ciò che aveva visto «indegno, peccaminoso e ripugnante», descrivendolo come qualcosa di torbido e fuorviante, presente nella vita ma estraneo alla propria aspirazione morale. La presa di distanza non cancella la portata dell’esperienza: ciò che respinge sul piano personale continua a sollecitarlo su quello letterario. È forse in questa ambivalenza, tra diffidenza e attrazione, che l’esperienza medianica trova il suo significato più profondo: non una risposta alle sue domande, ma un ulteriore modo di metterle alla prova.
