Il mito di Narciso, che si strugge nel proprio riflesso, ha attraversato ogni territorio del sapere, dalla psicologia di Freud e Lacan alla filosofia e alla letteratura. In esso l’uomo ha riconosciuto il proprio rapporto con sé e con gli altri.

   Oggi lo interroga Danilo Breschi nel suo Alba e tramonto dell’io occidentale (Luni, pp. 380), saggio rigoroso che ne segue la parabola nel cinema, nella narrativa, nella filosofia politica e in molte altre discipline.

   L‘individualismo è un tratto dell’età contemporanea, e non nasce come un male: lo è diventato col tempo. Lo attesta san Paolo: il cristianesimo delle origini non disprezzò l’individuo, anzi aprì lo spazio in cui poté cominciare a pensarsi. Nei secoli, però, l’individualismo si espande in ogni direzione e incontra l’etica protestante e lo spirito capitalistico descritti da Weber. Da rivendicazione di diritti diventa allora «una sorta di disciplina dell’anima che non conosce tregua», preludio nefasto di quella «metamorfosi ulteriore, più cupa e ripiegata» che, tra la fine dei Sessanta e il tramonto dei Settanta, investe dapprima il mondo anglosassone e poi il pianeta.

   L’indagine di Breschi copre gli anni dal 1945 agli Ottanta. Finita la guerra, la domanda di libertà era legittima: da New York, dalla California e da Londra, cuore dell’Anglosfera, divampano l’euforia, l’emancipazione dei costumi, le mode, la ribellione beat e psichedelica. Ma venuti meno i vincoli morali, la liberazione diviene modello obbligato e ridesta gli antichi fantasmi dell’io sovrano. Protagonista è sempre la borghesia, artefice dello spirito capitalistico delle origini e della ripresa postbellica, ma anche la prima a infrangere ogni argine: al calare degli anni Settanta inizia infatti a disertare l’impegno pubblico, si rifugia nel privato e si smarrisce in un narcisismo chiuso, funesto per la vita comune.

   A raccontare questo passaggio molti tratti significativi del libro, ma forse la via più feconda è quella cinematografica: due film, peraltro entrambi interpretati da Dustin Hoffman, fanno da metafora a un’epoca che muta pelle. Nel finale de Il laureato i protagonisti, spaventati dal futuro dopo l’euforia iniziale, paiono chiedersi «E adesso che facciamo?»; in Kramer contro Kramer, dieci anni dopo, l’interrogativo si è deteriorato: domina l’incomprensione radicale e l’io prevale sul noi.

   L’io borghese, cosciente d’aver abbandonato il collettivo, sa di dover allora recuperare terreno e si rifugia in un’attenzione scaltra al prossimo e in una compensazione forzata. Al culto dell’io affianca la filantropia: quello che Breschi chiama il «narcisismo samaritano», frutto della secolarizzazione del cristianesimo e tentativo di recuperare, in forma laterale e parziale, l’impegno collettivo. Ma sappiamo com’è andata: Narciso, chiuso in un eterno presente, vede la libertà farsi ansia e la filantropia ridursi a messinscena da “società dello spettacolo”. Il male, dunque, è l’autonomia fatta obbligo, non l’eccesso di libertà. Per Breschi, la salvezza è educare Narciso e guardare a Telemaco, che potrebbe strapparlo allo specchio e orientarlo verso Itaca.

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