Le edizioni Iduna riportano in libreria L’io e il mondo di Nikolaj Berdjaev (con una premessa di Paolo Mathlouthi e un’introduzione di Antonio Banfi), opera rimasta per decenni nell’ombra. Attraverso cinque meditazioni, che si traducono in altrettanti capitoli, il filosofo interroga la condizione dell’uomo moderno, conteso tra il bisogno di affermare la libertà interiore e le pressioni di una realtà collettiva che tende a uniformarne pensieri e comportamenti.

  Al centro sta la maschera sociale, divenuta negli anni tanto familiare da sovrapporsi all’identità, fino a confondere ciò che siamo con ciò che gli altri si attendono da noi. Di qui l’interrogativo: siamo davvero liberi, o plasmati dall’ordine sociale, dalla cultura, dalla materia in cui siamo immersi?

  A rispondere è anzitutto una diagnosi, che parte dall’esperienza personale. Il materialismo riduce il reale a entità separate e classificabili: è l’«oggettivazione», formula che fa del mondo qualcosa di esterno all’esperienza viva dell’individuo e che Berdjaev adopera in un’accezione esplicitamente spregiativa. Per effetto dello scarto tra ciò che l’uomo è e ciò che di lui si lascia misurare, la persona viene ricondotta, in modo emblematico, alla professione, al censo, al ruolo, fino a essere considerata una funzione, entro categorie che non consentono ormai di isolarne l’interiorità.

  Da questa distanza tra identità interiore e rappresentazioni esterne nasce la solitudine dell’io, che non è isolamento fisico ma difficoltà di comunicare un’esperienza sfuggente alle categorie condivise, e perciò aggravata dalla spinta all’omologazione. Lo mostra la nostra epoca, in cui un’esposizione continua moltiplica i contatti senza garantire conoscenza reciproca: tra due estremi opposti, l’apparente socievolezza e l’estraneità reale, si dispiega una realtà molto meno rassicurante.

  A questa condizione Berdjaev oppone una libertà che non si esaurisce nella scelta tra alternative, ma nasce dall’interiorità e consente di non coincidere con le definizioni imposte dall’esterno. Società, storia e ambiente condizionano l’individuo senza determinarlo: resta la possibilità di dare forma e senso alla propria esistenza. Tale possibilità non si risolve tuttavia in un’affermazione egoistica di sé: la libertà si compie nell’incontro con l’altro, riconosciuto nella sua singolarità e non ridotto a strumento, ed è questo a evitare il cortocircuito innescato dal narcisismo, per cui l’altro diventa specchio dell’io. Ne scaturisce una comunione tra persone diverse, che non cancella le incolmabili differenze.

  Ma tale concezione non può che trovare il proprio fondamento nel cristianesimo. Berdjaev, che dal marxismo aveva preso le mosse, approda a una diversa idea dell’uomo attraverso il confronto serrato proprio con il materialismo. Del resto, giova mettere in luce come la genesi del concetto di oggettivazione nasca da quel confronto: è il materialismo, nel ridurre l’uomo a una cosa tra le cose, a offrirgli il modello di ciò che intende respingere. La persona non è l’ingranaggio di un apparato, ma un essere spirituale rivolto a Dio; perciò anche la fede, per essere autentica, deve attraversare la libertà, e non ridursi a rito svuotato o a precetto imposto dall’alto.

  Una posizione a ben vedere non così distante informa anche il giudizio sulla storia. Negli scritti parigini sulla libertà, Berdjaev la presenta come un dono legato alla benevolenza divina, quasi una sorta di suggello sovrannaturale, che l’uomo deve custodire anziché disperdere nell’adesione assoluta e totalizzante alle strutture sociali e alle necessità storiche. È la dispersione che la modernità, dominata dal determinismo, finisce per imporre, fino a perseguire quella che il filosofo chiama «l’organizzazione forzata della felicità umana». E infatti il fenomeno parimenti investe regimi democratici e autocratici, seppur a diverse modalità: mutano le forme della coercizione, non la tendenza a limitare la libertà. Da qui il rifiuto di una storia che pretenda il sacrificio del singolo in nome di un fine collettivo.

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