Un giorno un giornalista chiese al primo ministro britannico Harold McMillan quale fosse stata la sfida più importante affrontata dal suo governo: «Events, dear boy, events!».

Mi viene in mente queste frase quando cerco di decriptare l’enigma che regola il modo in cui un personaggio pubblico verrà ricordato. Uno può avere mille piani, ma alla fine sono gli eventi che mettono alla prova ognuno di noi. Ogni personaggio storico di prim’ordine NON verrà giudicato in base al comportamento medio della sua routine, ma dall’impresa più eclatante, la crisi, l’evento pubblico più importante che avrà affrontato. Più grande la crisi, e meno conteranno le sue azioni minori, che verranno derubricate in “note a margine”.

Ci sono molte eccezioni. Uno dei personaggi trattati da Benjamin Labatut nel suo libro, Quando Abbiamo Smesso di Capire il Mondo, conferma la regola, ma fugge a questa categoria.

Fritz Haber, un chimico ebreo convertito al cristianesimo, fu l’artefice di un nuovo, terrificante, modo di fare la guerra. Il 22 Aprile 1915, a Ypres in Belgio, i tedeschi aprirono 6 mila bombole di un gas al cloro. Una nuvola verdastra lunga 6 km e alta 3 metri fu spinta dal vento verso le trincee francesi, e uccise tra orribili sofferenze cinquemila soldati. Benjamin Labatut descrive così la scena: «A mano a mano che la nuvola si depositava, centinaia di uomini collassarono in preda alle convulsioni, soffocati dal catarro e dal muco giallastro che gli schiumava dalla bocca, e cianotici per la mancanza di ossigeno». Tutti gli uomini erano usciti dalle trincee, così come gli animali erano usciti dalle loro tane: uomini, topi, cavalli, mucche, insetti, ratti, talpe, conigli subirono la stessa sorte provocata dalla nuova arma di distruzione di massa.

Clara Immerwahr, la moglie di Haber, era stata la prima donna tedesca a conseguire il dottorato in chimica. Quando scoprì di cosa fosse responsabile il marito, ne rimase talmente sconvolta da mettere in atto il proprio suicidio con un colpo da teatro: prima invitò un gran numero di amici per un’ultima festa, e poi si sparò al petto con la pistola di lui, e morì tra le braccia del figlio tredicenne.

Alla fine del conflitto, Haber fu giudicato dai vincitori un criminale di guerra, ma sfuggì alla cattura rifugiandosi in Svizzera. La condanna non gli impedì di vincere il premio Nobel della chimica, per aver inventato un sistema di estrazione dell’azoto direttamente dall’aria. Il nuovo metodo di produzione di questo indispensabile nutrimento per le piante, salvò indirettamente la vita a centinaia di milioni di persone, proprio nel momento in cui stavano per essere colpite da una carestia di portata planetaria.

Prima di quella scoperta, infatti, l’azoto si otteneva in modo “biologico”, estraendolo dalle ossa frantumate di persone e animali. Gli inglesi avevano già finito di saccheggiare le antiche tombe egiziane con i resti delle migliaia di schiavi uccisi per difendere nell’aldilà i loro faraoni. Anche le tombe delle principali battaglie europee non furono risparmiate: Austerlitz, Lipsia, Waterloo, compresi i cavalli. Il milite ignoto fu triturato, mischiato con le ossa animali, e trasformato in concime per nutrire i suoi discendenti. Labatut non cita un evento unico responsabile della nostra incapacità di comprendere il mondo, ma attraverso storie come questa riesce a comunicare molto bene l’idea.

La scoperta di Haber salvò milioni di persone dalla carestia, anche perchè gran parte delle ossa mondiali erano state già rastrellate, compresi i resti di trenta milioni di bisonti raccolti per pochi soldi dagli indiani d’America, e poi trasportati in Inghilterra per la frantumazione. La scoperta di Haber, e la produzione industriale che ne seguì, rese possibile l’esplosione demografica da 2 a 7 miliardi. Fu solo a causa di questa nuova forma di nutrimento vegetale che la guerra si protrasse per ulteriori due anni, causando a sua volta la morte di milioni di soldati su entrambi i fronti. Labatut descrive minuziosamente tutti i risvolti schizofrenici, corollari di molte importanti scoperte.

La strage di Ypres fu ribattezzata “massacro degli innocenti” di entrambi gli schieramenti. Adolf Hitler fu uno dei fortunati sopravvissuti, e verso la fine del conflitto restò temporaneamente cieco dopo un attacco chimico inglese. Fu forse in seguito a questo trauma che, vent’anni più tardi, sconfessò le certezze di Winston Churchill, convinto che prima o poi il Fuhrer avrebbe impiegato armi chimiche nei bombardamenti delle città britanniche.

Negli anni Venti, Fritz Haber volle contribuire alla rinascita del suo Paese schiacciato dalle insostenibili condizioni imposte a Versailles, e si mise in testa di estrarre l’oro dalle onde del mare. Prevedibilmente, fallì, e mentre già cominciavano le persecuzioni contro gli ebrei, tornò in laboratorio e creò un gas pesticida talmente potente da essere battezzato Ciclone. Zyklon.

Haber morì nel 1934, ignaro che pochi anni dopo la sua ultima invenzione sarebbe stata utilizzata dagli aguzzini nazisti per uccidere la sua sorellastra, un cognato, tutti i nipoti, e altri milioni di ebrei, con le loro ceneri disperse sui campi come concime.

Nel corso della sua vita, Fritz Haber fu il protagonista in negativo, ma anche i positivo, di azioni di portata gigantesca, eppure è rimasto abbastanza ai margini della nostra memoria. Benjamin Labatut getta un fascio di luce su diversi protagonisti talvolta sconosciuti e persi nelle pieghe della Storia. Dalla creazione del blu di Prussia, fino ai giovani protagonisti della fisica quantistica, l’autore srotola un filo rosso, per arrivare, alla fine del libro, a una illuminante quanto inquietante metafora che qui cito solo, senza rivelarla, per non spoilerare, ma è un parallelismo tra genere umano e alberi da frutta.

 

L’immagine su questo blog è di Deborah Joy Bormann @deborahjoybormann.

Deborah nasce a Trieste, città di confine, da padre statunitense e madre spagnola. Vive a Bologna, Pisa, Amsterdam, Madrid, San Francisco. Una serie di coincidenze e passioni la porta a Torino, oramai città d’adozione.
Spirito indipendente, visionario e… disperatamente ottimista.
Madre, compagna, insegnante, arteterapeuta e artista.
Da sempre adora leggere, scrivere, pensare e creare.

Le idee espresse da Andrea nei suoi articoli non rappresentano necessariamente le opinioni e le convinzioni di Deborah.
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