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È una delle convinzioni più radicate della cultura occidentale contemporanea, che raramente viene messa in discussione: l’idea secondo cui i legami fondati sulla famiglia e sulla coppia rappresenterebbero un modello ormai superato, quasi un retaggio di un passato ingombrante dal quale emanciparsi. Da almeno 30 anni una parte consistente della narrazione e della produzione culturale propone un ideale diverso: l’individuo libero da vincoli stabili, capace di costruire una rete di relazioni leggere, reversibili e prive di obblighi permanenti. Così, mentre famiglie e coppie sono state scacciate dal pantheon laico della contemporaneità, l’amicizia è stata elevata a valore assoluto. Un ribaltamento che non è nato dal nulla, ma è stato inoculato nella coscienza collettiva anche attraverso la cultura pop. Il prototipo di questa narrazione è la serie TV simbolo degli anni Novanta: “Friends”. Un vero e proprio manifesto ideologico globale, che ha letteralmente spiegato a milioni di giovani in tutto il mondo come le risate senza impegno sul divano con gli amici siano infinitamente migliori rispetto al calore impegnativo di un focolare. In quella sitcom, se la famiglia d’origine viene ridotta a macchietta polverosa e concentrato di nevrosi, l’amicizia è elevata a unica vera oasi di salvezza e comprensione, abituando intere generazioni all’idea che si possa restare eterni adolescenti, all’ombra di una sigla televisiva (“I’ll be there for you“) che promette una presenza che poi, alla realtà dei fatti, si rivela un ridicolo miraggio.

Eppure quante volte ci sentiamo ripetere che “gli amici sono la famiglia che ci scegliamo”? Una frase rassicurante, divenuta ormai un mantra, che, raccogliendo pienamente la narrazione di cui sopra, suggerisce implicitamente come i rapporti familiari e sentimentali siano il luogo delle costrizioni, mentre le amicizie rappresenterebbero l’autenticità, la spontaneità e la libertà. La famiglia diventa una gabbia, il matrimonio un compromesso, la responsabilità un peso. Al contrario, le chat di gruppo, le cene, gli aperitivi, i fine settimana tra amici e le compagnie numerose vengono raccontati come l’espressione più alta della felicità contemporanea. Quella che fa sentire terribilmente “cool”. È una rappresentazione di certo seducente. Ma è anche profondamente parziale. Perché l’amicizia è senza dubbio uno dei doni più belli dell’esistenza, ma non è mai stata pensata per sostenere il peso che soltanto alcuni legami sono in grado di sopportare. Per sua stessa natura, infatti, essa è un rapporto libero, privo di quei vincoli morali, affettivi e spesso persino giuridici che caratterizzano una famiglia o una relazione amorosa stabile. È proprio questa assenza di obblighi a renderla piacevole. Ma è anche ciò che la rende inevitabilmente fragile.

Nella quotidianità tutto questo passa inosservato. Finché la vita scorre serenamente, gli amici condividono con noi passioni, interessi, divertimenti e momenti felici. Ma quando arrivano le vere prove — una malattia, una crisi economica, un lutto, una difficoltà familiare, la vecchiaia — emerge una differenza che nessuna retorica riesce a cancellare. I legami costruiti sull’impegno tendono a restare. Quelli fondati esclusivamente sulla libera disponibilità, molto più spesso, si affievoliscono. È una constatazione che può apparire scomoda, ma che appartiene all’esperienza concreta di moltissime persone. Come scriveva magistralmente Oriana Fallaci: «L’amicizia è un ripiego effimero, artificioso, e spesso una menzogna. Non aspettarti mai dall’amicizia i miracoli che l’amore produce: gli amici non possono sostituire l’amore. Non possono strappare alla solitudine, riempire il vuoto, offrire quel tipo di compagnia. Hanno la propria vita, gli amici, i propri amori. Sono un’entità indipendente, estranea, una presenza transitoria e soprattutto priva di obblighi. Riescono ad essere amici dei tuoi nemici, gli amici. Vanno e vengono quando gli pare o gli serve, e si dimenticano facilmente di te: non te ne sei accorto? Oh, andando promettono montagne. Magari in buona fede. Conta-su-di-me, rivolgiti-a-me, chiama-me. Però, se li chiami, nella maggior parte dei casi non li trovi. Se li trovi, hanno qualche impegno inderogabile e non vengono. Se vengono, al posto delle montagne ti portano una manciata di ghiaia: gli avanzi, le briciole di se stessi. E tu fai la medesima cosa con loro. No, a me non basta l’amicizia. Io ho bisogno dell’amore(…)». L’amicizia scherza, l’amore si impegna.

In questa semplice presa di coscienza si condensa una distinzione fondamentale. L’amicizia è preziosa proprio perché nasce dalla libertà; l’amore, invece, trova la propria forza nella responsabilità. L’uno può accompagnare la vita, l’altro contribuisce a costruirla. Confondere queste due dimensioni significa attribuire all’amicizia un compito che, nella maggior parte dei casi, non può realisticamente assolvere.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la natura dei rapporti umani. Riguarda soprattutto il modello culturale che negli ultimi decenni ha progressivamente incentivato relazioni sempre più liquide e reversibili. Cioè, in sintesi, meno responsabili. Il sociologo Zygmunt Bauman aveva colto con straordinaria lucidità questo fenomeno parlando di “modernità liquida“: una società nella quale tutto diventa temporaneo, perfino gli affetti. Se ogni legame deve poter essere sciolto senza conseguenze, allora inevitabilmente anche la disponibilità a investire emotivamente nell’altro si riduce. Non sorprende, allora, che oggi aumentino contemporaneamente sia le occasioni di socializzazione sia il senso di solitudine. Mai come nell’epoca dei social network, delle chat di gruppo e delle connessioni permanenti le persone hanno avuto così tanti contatti. Eppure mai come oggi si registra una diffusa difficoltà nel costruire relazioni realmente durature. Molti adulti arrivano alla mezza età con un’agenda piena di impegni, decine di conoscenze, centinaia di contatti sul telefono e una vita sociale apparentemente brillante. Ma basta che sopraggiunga una crisi autentica perché quella folla si assottigli rapidamente, lasciando emergere un vuoto che nessun aperitivo e nessun fine settimana fuori porta riescono davvero a colmare.

In questo senso il mito dell’amicizia assoluta finisce per diventare funzionale anche al modello economico dominante. Una società composta da individui sempre più soli, sempre più concentrati sulla propria autorealizzazione e sempre meno disposti a costruire legami definitivi è anche una società composta da consumatori ideali. Il “single di successo”, costantemente impegnato a migliorare il proprio status, a curare la propria immagine, a viaggiare, acquistare, accumulare esperienze e validazione sociale, rappresenta una figura perfettamente coerente con una cultura nella quale il consumo sostituisce progressivamente l’appartenenza.

Naturalmente sarebbe ingiusto sostenere che ogni amicizia sia superficiale o che ogni famiglia rappresenti un rifugio felice. Esistono amicizie capaci di attraversare una vita intera ed esistono famiglie incapaci di offrire protezione e amore. Ma le eccezioni non possono diventare la regola. E soprattutto non possono cancellare una verità antropologica che attraversa ogni epoca: le relazioni più profonde sono anche quelle che chiedono di più. Forse la vera illusione del nostro tempo non consiste nell’avere troppi amici, bensì nell’aver creduto che bastassero. Perché una vita può essere piena di inviti, di notifiche, di fotografie sorridenti e di tavolate affollate senza essere davvero condivisa. La differenza non si misura da quanti ci applaudono quando tutto procede bene, ma da chi resta quando la vita smette di essere uno spettacolo. È in quel momento che ogni retorica cade e ogni gerarchia dei sentimenti si ricompone da sola. Perché gli amici possono rendere più bella la strada, ma sono l’amore e la famiglia a costruire la casa nella quale, prima o poi, ciascuno di noi avrà bisogno di tornare.

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