soleimani-1024x682L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani, capo delle forze Al Quds dal 1988 e noto per aver guidato, negli ultimi anni, l’offensiva contro l’ISIS sia in Siria che in Iraq, in un attacco missilistico americano sullo scalo merci dell’aeroporto internazionale della capitale irachena Baghdad è qualcosa di drammaticamente innovativo sul piano delle relazioni internazionali. L’eliminazione di un’ufficiale di uno Stato estero (che peraltro il Times aveva appena inserito, con l’italiana Giorgia Meloni, nell’elenco delle 20 personalità globali che avrebbero potuto cambiare il 2020) con un intervento militare mirato da parte del Pentagono in una nazione terza e teoricamente sovrana, è un atto di prepotenza diplomatica senza precedenti. Per vari motivi. In primis perché Iran e Stati Uniti d’America, nonostante i rapporti certamente tesi, non erano in guerra tra loro.

L’Amministrazione guidata da Donald Trump conferma, con questo gesto prevaricante, la scelta di ripudiare il multilateralismo in nome di un sovranismo che, di fatto, è una maschera per una forma ancora più violenta e arrogante del consueto imperialismo americano. Gli elogi che, da parte di diversi leader della galassia sovranista e filo-atlantica, inclusi quelli del leader italiano della Lega, Matteo Salvini, sono giunti all’inquilino della Casa Bianca per l’uccisione del militare iraniano confermano come buona parte di quel movimento, più che anti-sistema, sia inserito in una chiara visione geopolitica neo-conservatrice, fortemente ancorata alle strategie egemoniche anglo-americane per l’Europa continentale.

Così, se alcuni tra i sovranisti filo-atlantici esultano, Russia e Cina, partner strategici di Teheran, hanno condannato il gesto. “La Cina si è sempre opposta all’uso della forza nelle relazioni internazionali”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang, aggiungendo che Pechino esorta “le parti interessate, in particolare gli Stati Uniti, a mantenere la calma e ad esercitare moderazione per evitare ulteriori tensioni crescenti”. Mosca considera invece “l’omicidio di Soleimani in un attacco missilistico americano (…) come un passo rischioso che porterà a un aumento della tensione in tutta la regione“. Anche la Francia di Emmanuel Macron, per voce del ministro degli Esteri Amelie de Montchalin, ha commentato il fatto con amarezza. “Ci siamo svegliati in un mondo più pericoloso”, ha detto.

E bene fa Federico Giuliani su InsideOver a ricordare che “pochi giorni fa, dal 27 al 30 dicembre, è andata in scena un’esercitazione congiunta tra le marine di Russia, Cina e Iran nel nord dell’Oceano Indiano e nel Golfo dell’Oman. Quattro grandi manovre militari, il cui scopo ufficiale era quello di rafforzare la cooperazione tra le forze navali dei tre Paesi”. Gli USA e l’Amministrazione Trump hanno probabilmente voluto, con questo gesto, alzare ulteriormente la pressione su Teheran da un lato e mandare un segnale a Russia e Cina dall’altro, preparandosi inoltre a inviare altri 3000 soldati in Medio Oriente. L’America, insomma, non vuole rinunciare al ruolo di superpotenza egemone e, per farlo, è disposta a tutto. Anche ad avviare una guerra con una potenza regionale, l’Iran, che non ha alcun interesse a iniziare un confronto diretto con gli Stati Uniti. Ma che, se attaccata, non esiterà a difendersi. Con esiti difficilmente prevedibili, per il mondo intero.

Sì, la Terra, oggi, è decisamente un posto più pericoloso.

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