Jose_Ortega_y_Gasset_1Dalla Spagna un’iniezione di fiducia nell’individuo ed un antidoto potente alla massificazione e ai vaneggiamenti della modernità. Un elisir da diluire nella complessità di un ambiente sociale sempre meno adatto all’uomo che non sa ragionare di sé, che non sa interpretare la propria vita. Un volto da attore consumato che tradisce ammaliante eleganza. Sguardo profondo e sotto, un sorriso smaliziato, appena accennato. Così immortalato ed immortale. Spagnolo, viene al mondo in una Madrid di fine ‘800 in piena Restaurazione Borbonica. Figlio del giornalismo, della proprietaria e del direttore di “El Imparcial”, primo quotidiano spagnolo di larga informazione e di stampo liberale. “Nato su una rotativa”, arriverà a dire ironicamente di se stesso. Stiamo parlando di José Ortega y Gasset. Autore prolifico, la cui produzione si divide tra una lunga sequela di saggi – da ricordare Meditazioni del Chisciotte (1914), Il tema del nostro tempo (1923) e, su tutti, La ribellione delle masse (1930) – ed articoli sui periodici. Una laurea in lettere e filosofia ed un ricco percorso di studi che nei primissimi anni del ‘900 lo conduce in Germania, prima negli atenei di Lipsia e Berlino poi a Marburgo, tappa fondante per la composizione del suo pensiero, fino al raggiungimento di un importante obiettivo quale la cattedra di metafisica all’ Università “Complutense” di Madrid, nel 1910.

A sessant’anni esatti dalla sua morte occorre tributare la lucidità di un precursore il cui pensiero, in bilico tra il pragmatismo e l’esistenzialismo, è difficilmente inscrivibile entro dei termini precisi. La vicinanza con i filosofi neokantiani, poi con Heidegger, l’esilio del ’36 contribuiscono a dipingere un personaggio complesso ed in continuo divenire, attento interprete di fenomeni politici e sociali che, dal suo tempo ed i suoi scritti, si riverberano fino ad oggi.

Perché scrivere di lui? Perché Ortega y Gasset è vivo, oggi più di ieri. Perché è amico dell’uomo ed allergico alle derive del progresso, senza scadere in un autoreferenziale piagnisteo intellettuale. Perché l’opera di Ortega y Gasset  contribuisce a far riconoscere “lo sforzo che un’epoca compie nel desiderio di decifrarsi, di vedere in sé i segni del proprio destino” (Cesare Greppi). Apprezzato per la chiarezza delle sue tesi e della sua comunicazione, il suo pensiero ritrova freschezza ed attualità nelle tesi che legano l’uomo a se stesso ed al sistema sociale, alla teorizzazione di un social-liberismo puro ed onesto, contrapponibile ad uno spirito totalizzante. All’alba della mutazione genetica di un occidente iperdemocratico, come quello odierno, votato all’idolatria del materialismo, ad un’identità collettivistica, al mito del progresso e della tecnologia, le tesi orteghiane possono essere utili per controbilanciare un sistema sociale ed economico che è sempre meno a dimensione umana, in cui “dedicarsi la vita” (M.Veneziani) è quasi impossibile, in questo caos, in cui precetti morali e chiare identità valoriali vanno costantemente fuori moda. Egli crede in un uomo libero, che accetta e ragiona, costruisce ed elabora il proprio destino –  con un richiamo al senso primario dell’Amor Fati di Nietzsche -.

La compiutezza ed il ragionamento, la concretezza, l’accettazione e la consapevolezza forgiano l’individuo orteghiano che non può esimersi dalla realtà, dalla quotidianità e dalla circostanza intesa come ambiente fisico e sociale, come luogo e tempo, come base che si impone ad ogni uomo fin dalla sua nascita. Ed è proprio nel rapporto tra le circostanze e gli individui che si gioca la prima fondamentale partita: “Il senso della vita, quindi, non è altro che accettare ognuno la propria circostanza e, nell’accettarla, trasformarla in una creazione nostra. L’uomo è l’essere condannato a tradurre la necessità in libertà”(J. Ortega y Gasset, Il Tema del nostro tempo). Da qui, l’uomo “responsabile” di Ortega y Gasset che pone un gioco forza ai tempi ed alla sua condizione naturale per imporsi eroicamente e saldamente, che da vita al “circostanzialismo” orteghiano: “io sono io e la mia circostanza e se non salvo questa non salvo neppure me” (Meditazioni del Chisciotte)

Quel forte attaccamento alla propria umanità che determina se stessi e l’ambiente sociale, plasma un

J.Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE, 2001

individualismo netto che è, a sua volta, fattore fondamentale di libertà, purché non scada negli eccessi – “È stato l’individualismo che ha arricchito il mondo e tutti gli uomini del mondo.” (La ribellione delle masse) –  ma, soprattutto, è l’arma più potente per non essere pedina, schiavo, per non essere massa: “Massa è tutto ciò che non valuta se stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri” (La ribellione delle masse).

Ed ecco che, prorompente, il pensiero del filosofo spagnolo torna d’attualità. L’avversione per l’agglomerato indistinguibile che ingloba e nasconde i “migliori” – “gli attori sono assorbiti dal coro” – è una riflessione irrinunciabile per Ortega y Gasset che arriva a sognare un’Europa consapevole e forte, costruita non casualmente e soprattutto non dall’uomo-massa, inteso come uomo medio, che arriva a definire con cocente disprezzo: “[…] una forma di omogeneità […] dovunque ha fatto la sua comparsa l’uomo-massa, un tipo d’uomo fatto in fretta e furia, costruito su nient’altro che su poche e povere astrazioni, che perciò stesso è identico da un capo all’altro dell’Europa. A lui si deve il triste spettacolo di asfissiante monotonia che va producendo in tutto il continente. Quest’uomo-massa è l’uomo previamente svuotato della propria storia, senza viscere di passato, e dunque docile a tutte le discipline chiamate “internazionali”. Più che un uomo è soltanto un guscio d’uomo, costituito da meri idola fori; manca di un dentro, di un’intimità sua, inesorabile e inalienabile, di un io che non si può revocare […] ha soltanto appetiti, crede di avere solo dei diritti e non crede di avere obblighi; è l’uomo privo della nobiltà che obbliga, snob” (La ribellione delle masse).

Quell’uomo-massa che si arroga il diritto di sovrastare e condurre rivoluzioni frettolose, senza essere dotato di adeguate basi culturali e sociali per poterlo fare. Viene da sé il contatto con la novella di Verga, “Libertà”. Uomo-massa che è parte integrante della visione critica del filosofo alle nuove modalità politiche europee e spagnole che andavano insediandosi nei primi anni del ‘900, le stesse che trovano compimento, in parte, odiernamente. Ortega y Gasset, ne “La ribellione delle masse” scrive: “Il politicismo integrale, l’assorbimento di tutte le cose e di tutto l’uomo da parte della politica fa tutt’uno con il fenomeno della ribellione delle masse […] La massa ribelle ha perduto ogni capacità di religione e di conoscenza. Non può contenere altro che politica, una politica esorbitante, frenetica, fuori di sé, dal momento che pretende di soppiantare la conoscenza, la religione, la sagesse – insomma, le uniche cose che per la loro sostanza sono atte a occupare il centro della mente umana. La politica svuota l’uomo di solitudine e di intimità, e per questo motivo la predicazione del politicismo integrale è una delle tecniche che si usa per socializzare”.

Nella visione dell’individuo e della società, nella critica all’iperdemocrazia, di quell’ emancipazione senza assunzione di responsabilità e al “politicismo integrale” risiede forse la maggiore attualità della visione di Ortega y Gasset.

Solo un uomo determinato e capace di determinarsi realmente può costruire il futuro ed assistere ad un progresso stabile ed a lui adatto. Per questo pare inutile, secondo le riflessioni del filosofo spagnolo, aggirare questo processo, proiettandosi in realtà parallele e virtuali effimere che non contribuiscono a generare un’identità chiara, affidandosi ad esempio alla virtualità, alienandosi poiché incapaci di “accettare ognuno la propria circostanza e, nell’accettarla, trasformarla in una creazione nostra”  – “l’uomo è un animale fantastico, del tutto diverso da ogni altro, poiché è il solo a non potersi mai definitivamente adattare al mondo circostante; in virtù del suo potere immaginativo, l’uomo duplica la realtà, creando un mondo interno e suo. Certo, l’uomo è anche un animale “tecnologico”, che si serve delle innovazioni tecnologiche per piegare la circostanza, aggredendo il mondo, ma si tratta di vittorie fragili e di breve durata, che in definitiva vedono l’uomo sempre come perdente(G. Baldin – D.Fusaro) -

Il trionfo del vitalismo e del raziovitalismo, dell’energia vitale che si fonde alla ragione per costruire il destino, sul meccanicismo e della visione della vita come sport, visto come sforzo puro, “antieconomico”, – “La cultura non è figlia del lavoro ma dello sport. Si sa bene che attualmente mi trovo solo tra i miei contemporanei nell’affermare che la forma superiore dell’esistenza umana è proprio lo sport […]Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […] Si tratta di uno sforzo lussuoso, che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita […] Lo sport è sforzo fatto liberamente, per pura soddisfazione in sé, mentre il lavoro è uno sforzo a cui si è costretti in vista del suo rendimento (J. Ortega y Gasset) – , sull’utilitarismo ed il materialismo completano i punti di contatto con la realtà odierna del pensiero orteghiano in costante lotta contro la massificazione e la massa, – “Ortega prende in esame la crisi culturale e spirituale che travaglia l’Europa a lui contemporanea, ravvisandone l’origine nell’ “avvento delle masse al pieno potere sociale”. Ciò è il segno del venir meno della funzione della cultura, minacciata dalla massificazione dei valori e dei comportamenti: “la massa travolge tutto ciò che è diverso, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia ‘come tutto il mondo’, chi non pensi come ‘tutto il mondo’ corre il rischio di essere eliminato”. L’uomo-massa, non identificabile con una particolare classe sociale, è l’uomo medio, senza qualità, soddisfatto di essere quel che è, non intenzionato a migliorare perché si considera già perfetto. La sua ‘cultura’ è fatta di “luoghi comuni, di pregiudizi, di parvenze di idee, o semplicemente di vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nella sua coscienza”. Insomma, essa non è che barbarie: l’unico desiderio che ha l’uomo-massa è di soppiantare gli uomini a lui superiori; ed è così che, appunto, nasce la ribellione delle masse […]”  (G. Baldin – D.Fusaro)- per l’affermazione di un social-liberismo autentico che da un lato persegua l’emancipazione vera dell’individuo e dall’altro abbandoni la statolatria, ponendo al contempo, limiti al perseguimento di un egualitarismo eccessivo.

Per l’accrescimento della propria coscienza storica, affinché la memoria del proprio passato insegni all’uomo, continuo mutamento nel progredire, a qualificare anche il suo presente, per raggiungere la felicità servendosi di una pace interiore e spirituale che allontani gli eccessi della materialità e “bilanci un’epoca di crisi, di trasformazione e rifiuto delle idee e delle norme tradizionali” che possa servire ad abbandonarsi a Dio come via per la salvezza, per stemperare l’incertezza del futuro.

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