Il New York Times oggi ha pubblicato un sapido editoriale del premio Nobel Paul Krugman intitolato «Night of the living Alesina», che suona più o meno come La notte degli Alesina viventi. Sin dal titolo è chiaro che il bersaglio della salace satira è il collega Alberto Alesina, di formazione bocconiana e tra gli «ispiratori» assieme a Francesco Giavazzi (con cui firma numerosi editoriali sul Corriere) della linea di politica economica di Mario Monti. Che, se non fosse stato «frenato» dalla sua strana maggioranza, ne avrebbe recepito in tutto e per tutti i suggerimenti, per altro non dissimili – per quanto riguarda la politica di bilancio – dai desiderata di Angela Merkel.

La citazione divertente del noto film horror nasconde un’amara verità: gli zombie in questione siamo noi. Perciò cerchiamo di superare quella che in realtà è la diatriba tra due economisti accademici (Krugman insegna a Princeton e Alesina a Harvard, Krugman è un neokeynesiano cioè sostiene che lo Stato può avere un ruolo nell’economia, Alesina è un liberista «eterodosso») ed entriamo nel merito.

Il grafico elaborato da Krugman ci mostra che all’aumentare dell’austerity in percentuale del pil (tagli ai trasferimenti, tagli alla spesa, aumento della pressione fiscale) diminuisce il prodotto interno lordo. I singoli rombi di colore blu sono le nazioni europee. Wall & Street vi invitano a divertirvi indovinando quale sia l’Italia.

Krugman «prende in giro» il suo collega sostenendo che «la teoria dell’espansione economica attraverso l’austerity era seriamente difettosa». Secondo il premio Nobel, misure di contenimento delle spese possono funzionare «solo in un ambiente caratterizzato da svalutazione del tasso di cambio e drastico taglio dei tassi di interesse». E questo non è il caso di Eurolandia perché l’euro non è una moneta «flessibile» e la Bce ha come primo compito quello di limitare l’inflazione e dunque non può abbassare a proprio piacimento il tasso di sconto perché diminuendo il costo del denaro si produce generalmente un aumento dei prezzi al consumo.

L’editoriale si conclude con un monito al presidente della Commissione Bilancio del Congresso Usa, il repubblicano Paul Ryan, e al ministro dell’Economia della Gran Bretagna, il conservatore George Osborne: «State attenti ai tagli fiscali: il cammino verso la prosperità nel breve termine si rivela nel breve termine un sentiero verso la depressione!».

Certo, si potrebbe obiettare politicamente (come in un qualsiasi Bar dello Sport): «Krugman ha simpatie di sinistra e sta tirando acqua al suo mulino!». È probabile, ma non è il caso di fare dietrologie. Anzi no! Buttiamola in politica ma solo per paradosso!!! Morgan Stanley (che alle ultime presidenziali ha finanziato più Romney che Obama) ha tagliato le stime di crescita  del pil di Eurolandia perché vede prospettive fosche per Italia e Francia. In particolare, la banca americana ritiene probabile un arretramento del pil italiano dell’1,7% nel 2013.

Perché? «Senza un governo stabile non si possono portare a termine riforme economiche. Nel frattempo la recessione ha rallentato ulteriormente il potenziale di crescita del Paese dello 0,5 per cento. Non avendo a disposizione alcuna leva macroeconomica (svalutazione, tassi di nteresse, ndr) e con una politica fiscale restrittiva ci sono poche armi a disposizione per sostenere una crescita di lungo termine», sostiene la banca Usa.

Ecco, quindi, che due campane diverse come Krugman e Morgan Stanley suonano la stessa nota!!!

Concludiamo infine con un articolo scritto da Alesina per Corriereconomia nel 1997 e recentemente rilanciato dal sito Dagospia. In quel testo l’economista confutava le tesi degli «euroentusiasti» basandosi su 4 punti:

  1. Una moneta unica non è condizione necessaria per un mercato unico
  2. La flessibilità dei cambi non nuoce al commercio internazionale
  3. Una moneta unica non è condizione necessaria per osservare una disciplina di bilancio
  4. L’unione monetaria non è un passo verso l’unione politica perché senza quest’ultima le divergenze sono destinate ad aumentare.

Ah, se Alesina non avesse cambiato idea, magari anche Mario Monti non sarebbe stato lo stesso!!!

Wall & Street

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