Partiamo subito dalla notizia: il gestore di un bar di Viareggio ha deciso di rinunciare alle slot machine e al loro posto ha piazzato un paio di piccole librerie. L’idea di per sé è degna di plauso. Ma fino a un certo punto. E’ vero che è dai piccoli gesti individuali che si può creare un movimento virtuoso, ed è altrettanto vero che, stando a una ricerca effettuata l’anno passato da Sistema Gioco Italia e citata nell’articolo de IlLibraio.it sul bar di Viareggio, sono 790mila gli italiani a rischio ludopatia. Però il trionfalismo con cui il web (in generale) e i social network (in particolare) hanno accolto la notizia lascia perplessi. D’altronde – come ha spiegato la stessa proprietaria del Why not cafè (lato nord del lungomare viareggino) – le stesse slot poi ritirate dai proprietari da tempo non venivano frequentate abbastanza dagli avventori per creare profitto alla Sisal.
Sui social network però l’accento è stato spostato non sui rischi legati dalla dipendenza alle macchinette mangia-soldi bensì sulla possibilità che anche un piccolo bar può diventare volano di cultura e addirittura strumento di diffusione della “nobile” pratica della lettura. D’altronde siamo a ridosso delle tante celebrazioni e manifestazioni per la Giornata mondiale del libro (23 aprile) e tutti si prodigano nel nobile gesto di essere sponsor e testimonial della lettura. Quasi una sorta di pubblicità progresso diffusa negli stessi commenti e post degli internauti (soprattutto di coloro che con i libri in un modo o nell’altro ci campano).
A nessuno, però, è venuto in mente che i bar da noi (come i pub in Inghilterra o i cafè transalpini) sono vivaci specchi della società, luoghi dove si può tastare concretamente il polso su umori, bisogni e speranze collettive. E soprattutto sono ritrovi dove si discute: e tanto anche. Ma difficilmente si discute di libri. Quasi sempre di calcio, spesso di donne, tanto anche di salute e di problemi legati alla difficoltà congiunturale. E poi di televisione e talvolta di cinema e di vacanze.
Ma mai di libri. E non perché siano luoghi poco frequentati dalle persone colte (o meglio dai “lettori forti”, definizione sociologica quanto mai azzardata). Piuttosto perché di libri non parla nessuno. E per un motivo fin troppo banale: è sempre difficile trovare qualcuno che abbia letto il tuo stesso libro. Più facile trovare chi ha visto il giorno prima la partita di Champions in tv, o lo sceneggiato o il talent “di cui tutti parlano”. O magari è appena tornato da una località (rigorosamente presente nei circuiti del turismo di massa) dove avevi giustappunto intenzione di andare. O che ha comunque dato uno sguardo veloce alle prime pagine dei giornali e quindi è in grado di commentare i fatti del giorno con disinvolta autorevolezza. Però non incapperà praticamente mai in chi ha appena letto il suo stesso libro. E questo anche perché se un lettore forte vuole proprio trovare qualcuno con cui parlare di libri deve limitarsi a leggere i cosiddetti blockbuster dell’editoria: da Fabio Volo a Federico Moccia, da Coehlo a Dan Brown. E non può scartare da questa linea di condotta. Ma il lettore forte è, per indole e per formazione, una persona curiosa: leggerà le novità, senz’altro, tornando di tanto in tanto su qualche classico, ritroverà titoli fuori mercato semplicemente perché citati da qualche interessante articolo su settimanali o terze pagine, seguirà il consiglio di un amico su un esordiente da non sottovalutare…. ma difficilmente scoprirà che una delle persone che sono intorno a lui ha – per pura coincidenza – fatto le stesse scelte e soprattutto nel medesimo momento. Ovviamente le mie considerazioni valgono fin tanto che i cosiddetti lettori forti non debbano leggere per motivi professionali. In quel caso ovviamente avranno modo di discutere delle proprie letture con tanti colleghi (anche loro costretti alle stesse letture negli stessi periodi). Ma gli avventori ordinari dei bar hanno tutt’altro stile di vita e una libreria in più nei loro locali di riferimento non cambierà di certo la loro formazione culturale. Con buona pace degli snob che si sono messi a frequentare con assiduità i social network.

ps
Personalmente non mi è mai capitato di discutere al bar di un libro (se non per motivi professionali ovviamente). Una sola volta un’amica mi ha chiesto un giudizio sul Cardellino di Donna Tartt (Rizzoli). Purtroppo non l’avevo letto. Nonostante il successo ottenuto anche da noi, avevo preferito dirottare la mia curiosità sul primo titolo della Tartt (Dio di illusioni) che la Rizzoli, proprio per la fortuna registrata dal Cardellino ha ristampato prontamente. Quindi il paradosso è che la curiosità, che solitamente aiuta la conversazione, mi ha impedito in quel caso di chiacchierare di libri al bar.

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