Dopo 110 nuotate in 123 giorni, il mio costume azzurro Arena è da buttare.

Parlare di un costume da bagno sembra ormai l’unico modo per comunicare tra tribù diverse senza inalberarsi. Eppure, perfino nei vituperati anni di piombo il dialogo tra opposti era possibile, seppure con qualche accorgimento.

Per dibattere su argomenti troppo divisivi, talvolta era necessario farlo in zone neutre. In vacanza, seduti sul muretto, il fascio si fidanzava con la rossa e dialogava pacificamente con il fratello di lei, rosso uguale. Poi in città tornavano magari a picchiarsi in testa con le chiavi inglesi Beta 36.

In quegli anni a casa nostra entravano tutti i giorni tre quotidiani: La Stampa di Torino, il Giornale di Montanelli e l’Unità. Mio padre non leggeva il giornale comunista per espandere le proprie idee, ma per conoscere il pensiero del nemico. A un certo punto sostituì l’Unità con il manifesto, che giudicava scritto bene e molto più intelligente di un organo di partito.

Mio padre era sempre informatissimo sui cantautori schierati a sinistra. A volte piombava come una furia nel cassettone dei dischi: tutti quelli che a suo insindacabile giudizio erano comunisti, li spezzava in due. Guccini, ti spiezzo in due. De Gregori ti spiezzo in due. Non aveva idea che Battisti cantasse le emozioni di Mogol, ma sapeva benissimo che non era schierato, e infatti “La Collina dei Ciliegi” è ancora là.

Spezzò in due anche Cocciante, Concerto per Margherita, quindi le sue informazioni non erano sempre accuratissime. Dopo ogni taglio dell’erba, in casa rimanevano solo i dischi di Claudio Baglioni, lo Zecchino d’Oro e Sergio Endrigo: 🎵 per fare un tavolo 🎵 ci vuole il legno 🎵 … .

Il giornalaio consegnava i quotidiani ogni mattina alle sei, quindi noi figli all’edicola ci andavamo solo per comprare figurine e fumetti, proibitissimi in casa nostra.

Qualche tempo fa, sfogliando un vecchio giornaletto, trovai Diabolik che impugnava nella mano sinistra una falce, nella mano destra un martello e diceva: «Questi mi serviranno».

A partire dai diciassette anni mi fidanzai solo con donne comuniste. L’ultima rossa caviar ZTL confondeva Marx con Netflix, ma era adorabile. Pensavo che il veto di mio padre sulle rosse avesse inciso su questa mia tendenza, ma secondo gli standard contemporanei fu il messaggio subliminale di Diabolik a traviarmi. Con la guerra ibrida russa sempre in agguato, chi tiene insieme punti di vista troppo eterogenei non è un libero pensatore, ma Putin da remoto.

Il mio nuovo costume è sempre Arena, taglia 46. D’ora in poi lo sciacquerò dopo ogni uso, e tra 100 nuotate saprò dirvi l’incidenza del cloro sul suo deterioramento.

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