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06Lug 26
Il libro Cuore nucleare
Negli anni Settanta nel mio libro di lettura alle elementari c’erano ancora racconti di Edmondo De Amicis tratti dal libro Cuore. Ricordo in particolare la piccola vedetta lombarda, ambientato durante la seconda guerra d’indipendenza.
Una colonna di soldati italiani incontra un ragazzo lungo la strada. Gli chiedono di arrampicarsi su un albero per osservare i movimenti degli austriaci. Lui accetta entusiasticamente. I nemici lo individuano e cominciano a sparare. I soldati italiani gli dicono di scendere. Lui risponde di non avere paura e continua a fornire informazioni, fino a quando gli ‘striaci lo fanno secco.
Mia madre, lombarda come la vedetta, aveva un’opinione molto critica sul libro Cuore. Non ricordo gli argomenti esatti, ma mi aveva comunicato (in antitesi all’opinione dominante nella famiglia) la trappola di quel genere di narrativa, scritta apposta per attorcigliare le budella. Non farò finta che non mi toccasse: a distanza di un secolo lo stile di De Amicis era ancora molto efficace.
I tempi da libro Cuore stanno tornando con una grande differenza: De Amicis scriveva sull’indipendenza di un popolo che si andava formando. Ora parole analoghe di chiamata alle armi vengono usate per schierarci in una folle guerra civile ex sovietica, anzichè adoperarci diplomaticamente per disinnescarla.
Sui nostri media, gli aedi più coinvolti nel tam tam di guerra sono boomer cresciuti per tutta la vita nella bambagia della pace.
In un podcast del Post (qui), Marino Sinibaldi, ex direttore di Radio 3, recensisce il libro di Artem Chapeye (qui), un pacifista ucraino che all’indomani dell’invasione russa del 24 Febbraio 2022 si arruolò da volontario. L’autore accusa di putinismo i pacifinti come me, colpevoli non di amare Putin, ma di porsi troppe domande. Forse sbaglio, ma interpreto il tono di Sinibaldi come l’eco di una chiamata alle armi.
Nell’intervista, Artem Chapeye sostiene convinto che «l’impero russo crollerà». Quindi l’obiettivo non è più solo l’integrità territoriale ucraina, ma lo smembramento di un impero armato con migliaia di testate nucleari. Sinibaldi non ha nulla da obiettare su questo salto di paradigma.
Un altro giornalista che mi lascia a bocca aperta è Ernesto Galli della Loggia:
«(…) Questo pacifismo {italiano} è la premessa e insieme l’esito di qualcosa di assai più profondo. Della sindrome dell’inerme (…)» (CdS, 4 Maggio 2026).
«(…) L’inaspettata, straordinaria resistenza ucraina, unita alla volontà americana di non inimicarsi Putin (…) sta offrendo all’Ue l’occasione unica di sostituire il ruolo antirusso finora svolto dagli Usa e, riversando su Kiev tutto l’aiuto possibile, di mirare a conseguire un risultato di enorme portata storica: la sconfitta militare della Russia» (CdS, 15 Maggio 2026).
Prima della Grande Guerra 1914-1918, Gabriele D’Annunzio inveiva contro i pacifinti di allora con argomenti simili agli aedi contemporanei. Ma D’Annunzio era pronto ad andarci lui in guerra! Questi boomer con il quore traboccante di sentimenti sacrificali e patriottici non vedono se stessi al fronte, ma figli e nipoti, molti dei quali non ancora nati.
In altri tempi si sarebbe detto, armiamoci e partite. Con l’età mediana che in Italia è quasi ai cinquant’anni, il detto subisce una modifica: armiamoci e partorite.
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