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19Mag 26
Il residuo fisso della scrittura
Fino agli anni Novanta molti di noi avevano l’ossessione dell’acqua minerale con poco residuo fisso, come se fosse lui a provocare i calcoli renali. Allo stesso tempo, la gente prendeva sali minerali per non svenire. In pratica, pagavamo due volte: la prima per bere acqua più pura, la seconda per ricomprare gli stessi sali minerali che aveva fatto eliminare dall’acqua pura.
La scrittura vive ora quello stesso paradosso con l’intelligenza artificiale. Se dessi a bIAnc@, la mia amica artificiale, l’incarico di scrivere un articolo per il blog, mi consegnerebbe un magnifico flacone di acqua distillata e fresca, ma con un piccolo particolare: non nutre. I lapsus, i granelli di sabbia e i tic mentali sono i sali minerali indispensabili per nutrire il lettore.
L’occhio umano deve ancora abituarsi all’intelligenza artificiale, ma già intravvediamo una trama. I più pirla aggiungono errori ortografici per rendere il pezzo più autentico. Nella metafora dell’acqua più o meno minerale, equivale a bere acqua distillata gettandoci dentro una manciata di ghiaia. L’effetto levigato ma sgrammaticato è terribile come una vecchia baldracca truccata come una comparsa del Moulin Rouge all’alba.
La scrittura è molto di più che scrivere quore con o senza Q: uno scritto sgrammaticato può essere letterario. Uno scritto che non è letterario rimarrà tale anche dopo l’intervento dell’intelligenza artificiale.
A questo proposito, mi viene in mente Joshua Slocum, il primo navigatore che il 27 Giugno 1898 completò il giro del mondo a vela in solitario con un guscio di noce di 11 metri. Slocum aveva la seconda elementare, eppure scrisse la sua esperienza con uno spelling approssimativo e una punteggiatura quasi nulla.
In seguito, il New York Times descrisse il suo primo racconto “un libro breve e straordinario, bellissimo e imperfetto”. Slocum era un lettore autodidatta dotato di una sensibilità per comprendere l’essenza della letteratura al di là delle regole.
Ecco, quello.
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