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10Mag 26
Il generale dietro la collina dei conigli
Sul Corriere del 5 Maggio ho letto questa frase paradossale di Federico Rampini:
«Dal 1945 i generali Usa non hanno mai perso una guerra, i loro presidenti ne hanno perse molte su pressione dell’opinione pubblica».
Il soft power, la risorsa americana più efficace per molti decenni, era glassa zuccherata sulla pillola amara di ogni guerra. In che modo l’hard power di un regime più militare che democratico l’avrebbe addolcita?
Nella guerra di Corea, il generale Douglas MacArthur voleva usare la bomba atomica, ma il presidente Truman lo fermò. Se non lo avesse fatto, il mondo sarebbe stato migliore o peggiore? Il dio Quèlo di Corrado Guzzanti avrebbe risposto “la seconda che hai detto” (qui).
Se i generali americani in Vietnam non fossero stati imbrigliati dai loro presidenti, avrebbero magari vinto quel conflitto scatenato per evitare che il comunismo dilagasse nel sud-est asiatico. Era il famoso effetto domino che, peraltro, a guerra persa non si verificò.
Sembra di capire che, senza interferenze politiche, anche in Iraq nel 2003 i generali americani avrebbero vinto a mani basse. Non per smantellare le armi di distruzione di massa inesistenti, ma per esportare la democrazia, che nel frattempo in America sarebbe stata soppiantata dal regime dei generali liberi di fare come gli pare.
Secondo l’antropologo Emmanuel Todd (qui), gli Stati Uniti non sono più una “Repubblica tradizionale”, ma un impero del presidente, della CIA e del Pentagono – con Congresso e Corte Suprema ridotti a “organi consultivi”-. Se Todd ha ragione, l’America si è avvicinata al modello implicito nel paradosso di Rampini, ma il risultato è un disastro dopo l’altro.
In passato l’America perdeva le guerre, ma vinceva le paci. Oggi sembra aver perso entrambe.
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