Dalla cronaca sull’omicidio di Garlasco è uscita la parola “soliloquio”. Credo che resterà perché descrive la condizione odierna di noi europei disorientati. Siamo cresciuti all’ombra della retorica del processo di Norimberga: la pace giusta e la punizione dei capi cattivi.

Negli anni abbiamo interiorizzato quel lessico morale che oggi non trova più spazio pubblico e si ritira nel soliloquio.

Nel 2026 il nostro presunto alleato Israele alterna massacri a Gaza, pulizia etnica in Cisgiordania e deumanizzazione in chiave biblica Amalek. A ogni critica alla politica israeliana, la parola “antisemitismo” scatta come la molla di una trappola per topi.

I media continuano a trattare gli israeliani come “compagni che sbagliano”, e trasformano il loro leader in una specie di icona pop, chiamandolo con il diminutivo “Bibi”. Il linguaggio pubblico addomestica ciò che dovrebbe mettere all’indice.

L’accusa di antisemitismo è diventata una molla preventiva che scatta addirittura prima che la critica venga formulata. Non ammazza il topo, ma dà la caccia al fantasma della sua ombra.

Con la piega oscura che sta prendendo l’occidente, fatichiamo a orientarci. Risultato? Soliloquio. In auto, in bagno, davanti al caffè, seduti in poltrona a leggere un giornale. Nel sonno.

Quando noi boomer eravamo bambini, per uscire da Torino passavamo davanti a un enorme edificio ottocentesco in mattoni rossi in corso Unione Sovietica: era il Regio Istituto di Riposo per la Vecchiaia. Mia madre è di Milano e che ne sa, ma mio padre immancabilmente lo nominava: “i poveri vecchi”, formula di esorcismo empatico tramandato da quasi tutti i genitori indigeni di quella generazione.

Da più di trent’anni quel palazzo ospita la facoltà di economia e noi discendenti talvolta confondiamo i piani, evocando nei nostri soliloqui l’economia dei poveri vecchi.

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