C’è un metodo piuttosto diffuso tra gli sceneggiatori delle serie tv di ultima generazione: affidare al pilot (cioè quello che un tempo si chiamava primo episodio) l’inizio dell’epilogo. E il primo colpo di scena arriva puntualmente alla fine dell’episodio quando una sovrascritta annuncia che il racconto riparte da un momento antecedente. Nel corso delle puntate, poi, lo spettatore rimane incollato allo schermo per capire come si è arrivati a quei determinati particolari che nel primo pilot lo avevano particolarmente colpito la sua attenzione.

Se fosse una ragazza di oggi Emily Brönte sarebbe una perfetta sceneggiatrice. Già nel 1845, quando scrisse in poco più di sei mesi Wuthering Heights, usava con impareggiabile maestria il metodo dell’epilogo a inizio romanzo. Un colpo da maestro. Sfrutta il punto di vista di un “forestiero” che entra quasi per casa la dimora chiamata Wuthering Heights, sopra le brughiere dello Yorkshire. La scena che gli si para davanti è una “famiglia” a dir poco composita. Un padrone di casa burbero e dai lineamenti esotici, un ragazzo rozzo e silenzioso, una giovane graziosa ma indifferente e concentrata soltanto sulla lettura. Completano la scena una domestica e un anziano “tuttofare” bisbetico e ossessionato dalla bibbia. E poi c’è il secondo narratore, la governante Nelly. Così che, alla fine, il racconto è un rimpallarsi di due punti di vista: uno interno e uno esterno. Uno che racconta e l’altro che obietta e fa domande (in modo da aiutare il lettore alla comprensione del testo). Con diversi piani narrativi che solo un grande maestro dell’arte del romanzo riuscirebbe a maneggiare con disinvoltura.

La scena che ha visto il signor Lockwood fare la conoscenza con gli inquilini di Wuthering Heights, lo scopriremo dopo trecento pagine, è nient’altro che l’epilogo di una tormentata storia d’amore tra Heathcleaf (nome del burbero padrone di casa) e Catherine (che è riuscita a far ereditare alla giovane persa nella lettura dei suoi libri per  la stessa enigmatica e selvaggia bellezza).

Una storia d’amore, dunque. Ma non solo. Una storia di fantasmi. Una storia di ossessioni e di paure. Una storia di riscatti mancati e di sconfitte annunciate.

La giovane Emily ci mette tutto dentro. E solo in apparenza può sembrare un calderone di storie e di temi (c’è il riscatto sociale, c’è la morale inglese di epoca previttoriana, c’è la suggestione romantica di una natura selvaggia e avversa, c’è il tema della famiglia e dei rapporti sociali, e infine c’è il sentimento d’amore, ovviamente un amore contrastato, cioè l’unico che può sperare di divenire il sugo di una storia).

Ciò che da sempre affascina gli addetti ai lavori è la cosiddetta lettura psicanalitica del romanzo. L’ossessione di Heathcleaf per la bellissima Catherine è direttamente proporzionale a quella della stessa ragazza, un quadro già clinico di per sé. L’amore che diventa vendetta e la sottomissione cieca delle donne innamorate di questa storia parlano, poi, della fragilità interiore dell’autrice, della sua voglia di riscatto e del suo muoversi alla cieca, guidata soltanto dal suo istinto di talentuosa narratrice. E poi ci sono quei due narratori che mettono distanza tra l’autore e la storia. Indizio non di poco conto per studiare l’interiorità della scrittrice.

Ed è di questa Emily che noi continuiamo a godere. Della sua arte. Del suo mescolare registri e paesaggi. Alla fine di quest’ultima rilettura (dovuta ovviamente al clamore che si sta registrando per l’ennesima riduzione cinematografica) mi vien da pensare che il successo che continua ad avere questo romanzo è dovuto principalmente alla fedeltà di Heathcleaf per la sua Catherine e alla sua arte oratoria (di sincera derivazione shakespeariana) nello stigmatizzare i rifiuti della sua amata fino a fare di lei il bersaglio perfetto di un odio che si confonde con l’amore.

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