La grande menzogna della meritocrazia. Chi è povero resta povero
“Se ci si impegna si arriva dove si vuole“. “Tutto è possibile, basta crederci e lottare per raggiungere i propri obiettivi”. Frasi come queste, nell’odierna società capitalista, sono state assimilate come valori condivisi. Sono la base di quel concetto chiamato “meritocrazia”, per il quale, nella contemporaneità liberale, priva di caste e rigide divisioni gerarchiche, i meritevoli, quelli “che si danno da fare” ottengono sempre un risultato, una realizzazione personale. Per lo meno sulla carta. L’ovvio corollario, naturalmente, è che chi non ce la fa è semplicemente colpevole del proprio destino. Un perdente. Un “loser”, per dirla con gli anglosassoni. I quali, sul mito meritocratico, hanno costruito le basi della società modello del liberal order. Ma davvero è tutto così semplice? La realtà, invero, appare molto differente. Basti qui considerare uno studio piuttosto recente (è del 2016) di due economisti della Banca d’Italia, Guglielmo Barone e Sauro Nocetti, che hanno analizzato il contesto di una città italiana che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del capitalismo, ancora agli albori dell’età moderna: Firenze. I due studiosi, attraverso l’analisi delle dichiarazioni dei redditi e dell’anagrafe tributaria della città, hanno dimostrato come i nuclei familiari al vertice della ricchezza cittadina nel lontano anno 1427 (ancora in pieno Medioevo) coincidevano esattamente con quelli più facoltosi di quasi sei secoli dopo, nell’anno 2011.
La mobilità sociale, insomma, che la meritocrazia renderebbe possibile, appare così più un miraggio che una prospettiva concreta. O, per lo meno, se questa idea poteva apparire almeno realistica nel dopoguerra, quando le economie miste dell’Europa occidentale offrivano a tutti una possibilità di crescita dopo le miserie del conflitto e il boom economico guidava lo sviluppo di un benessere diffuso, oggi, nella società del liberismo e della competizione assolute, che produce una concentrazione della ricchezza verso l’alto, i dati riferiscono una realtà diversa. Secondo uno studio OCSE del 2018, infatti, in un Paese sviluppato (si parla proprio dell’idolatrato e autoreferenziale Occidente: Italia ma anche Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna…), per un bambino nato all’interno di una famiglia a basso reddito, sono oggi necessarie mediamente ben cinque generazioni prima che un suo erede possa entrare nella cosiddetta classe media. Cinque generazioni. In termini di tempo si tratta, all’incirca, di un secolo e mezzo. Un’infinità.
Il medesimo rapporto chiarisce come non sia, tuttavia, sempre stato così. Perché sono i medesimi dati OCSE a spiegare come, per i nati tra il 1955 e il 1975, l’ascensore sociale fosse più che una favola. E non è finita qui. Già, perché anche la cultura tende a essere ereditaria. Cosa che, peraltro, non deve stupire visti i costi di un’istruzione universitaria di buon livello. Si pensi che, in Italia, due terzi dei figli di genitori a basso reddito non conseguono una laurea. E nel resto dei Paesi occidentali non va tanto meglio, la media è comunque di circa uno su due. Va beh, dirà qui qualcuno, ma c’è sempre la possibilità di emergere grazie al lavoro, migliorando così, se non le finanze personali, almeno la propria posizione. Macché. Secondo un celebre rapporto ISTAT del 2017, in Italia tra i giovani tra i 15 e i 34 anni che trovano un impiego, ben quattro su 10 lo trovano grazie alla segnalazione di parenti, amici e conoscenti. Con una disoccupazione giovanile che tocca percentuali elevatissime da anni è abbastanza semplice intuire che chi possiede relazioni in grado di procurare un lavoro le abbia grazie alla posizione sociale che (già) occupa. E se si pensa che il problema riguardi solo l’Italia si è fuori strada. In sintesi, piove sempre e solo sul bagnato. Fa soldi chi ha soldi per farli, lavora in posti di prestigio chi ha le conoscenze o il potere per arrivarci. Punto. Il resto sono solo favole per tenere buoni gli arrabbiati e gli sconfitti del sistema capitalistico.
Eppure non c’è giorno in cui qualcuno non magnifichi la “meritocrazia”. Dimenticando, peraltro, che il termine è stato coniato come termine dispregiativo all’interno di un romanzo distopico: fu infatti utilizzato nel 1958 dal sociologo britannico Michael Young nel suo libro di fanta-sociologia intitolato “L’avvento della meritocrazia”. Fingendo di scordarci questo non indifferente particolare, resta che la meritocrazia, allo stato attuale, si rivela più che altro uno strumento ideologico, un meccanismo di difesa di un sistema che si è ormai completamente incartato, ma che rifiuta di ammetterlo, urlando contro provvedimenti che sostengano il reddito dei più poveri, perché sarebbero “anti-meritocratici”. Uno strumento ideologico, la meritocrazia, che in questo sistema economico in cui l’1% della popolazione mondiale detiene l’82% della ricchezza del pianeta non può che essere una splendida (ma del tutto inesistente) utopia.
