Una, cento, mille Bari
da vivere
in ogni stagione

Città dalle molte  sfaccettature, da riscoprire al di là degli stereotipi. Inediti  itinerari d’arte, nuove scoperte nel suo sottosuolo e non solo
Un’accoglienza davvero mediterranea

 

di Dora Ravanelli

 

Panoramic view of old town in Bari, Puglia, Italy

 

Scivola veloce tra le dita il tempo a Bari. Veloce come i ritmi del capoluogo pugliese e della sua storia che abbraccia tutte le civiltà – dalla mesopotamica a Casa Savoia, al Ventennio passando attraverso i greci, i romani, i bizantini, i normanni e gli svevi, gli arabi, gli angiò e gli aragonesi (dimenticandone qualcuna) –  e di ognuna c’è un timbro ben preciso, come una stigmate che sboccia in arte e cultura. Facile dire: Bari. In realtà ce ne sono tante, di Bari. Lo stereotipo è la Città Vecchia, diamante a goccia che svetta nella sua geometria – pari quasi a un triangolo dalle forme morbide – che sfida il mare con la Muraglia (dal IV sec. e completata nel ‘500 da Isabella d’Aragona e da sua figlia Bona Sforza, regina di Polonia): su via Venezia si affacciano costruzioni di età diverse, eleganti e aggraziate. Sotto, parte della passeggiata a mare, resti romani e il porto. Punta estrema, il Fortino e Santa Scolastica, posizione dominante, un cortile con pavimenti antichi.

La Città Vecchia

In questo nostro itinerario volutamente “spettinato”, libero, a zig-zag, si entra nella Bari Vecchia, linda, allegra, vissuta dai residenti. Al tramonto le costruzioni basse in pietra bianca passano al rosa, come i vicoli, pulitissimi. E si animano di donne, giovani e meno, sedute all’ingresso delle case, chiacchiere, bimbi che giocano, piante grasse e fiori colorati a contorno. Interessanti i negozietti d’artigianato locale, La Ceramica Pugliese, per esempio, in strada S. Giuseppe 35, sinonimo di Grottaglie, da cui provengono manufatti  dai colori fiammanti: la donna baffuta, soggetto derivato da una leggenda medievale locale, o il pumo, un bocciolo di rosa, di buon augurio. In strada del Carmine, da “Maria” si comprano le sgagliozze, polenta fritta, e le popizze, polpettine, vere antesignane dello “street food”, servite in sacchetti di carta e da gustare a morsi, passeggiando. Nei pressi di (e in) largo Albicocca – un perimetro di case antiche affacciate su un giardinetto centrale con ulivi e fili di lucine che si accendono la notte come un festoso luna-park –  tante le insegne storiche del buon cibo: il Panificio-Focacceria S. Rita, la Pizzeria Di Cosimo, la Gelateria Gentile (anche granite). Tutto ha un ritmo svelto, ma armonioso, come il volo di rondini che s’innalza al tramonto. O il susseguirsi (in un percorso discreto e ininterrotto) di oltre 200 edicole religiose di tradizione bizantina, laicamente accanto – ancora una volta – a indirizzi finalizzati all’edonismo, come la strada dell’Arco Basso o “via delle Orecchiette”, vociante vicolo su cui si affacciano signore che preparano e “modellano” il formato di pasta pugliese, chili e chili ogni mattina (500 g a 5 euro). Ma anche, in p.zza Odegitria 16, il primo negozio di dolciumi in città, “Marnarid”, dal 1865, oggi un profumato e affascinante guazzabuglio  di alimentari e non. A nobilitare la piazza, la Cattedrale di S. Sabino, del 1100 d.C., su basi paleocristiane, un sotterraneo che squaderna la parte più arcaica di Bari (un’altra Bari ancora, affascinante, da percorrere qui e altrove, che si va arricchendo sempre più di nuove vestigia portate alla luce). La sotto-cripta romana (22 m x 40) raccoglie un teatro, uno spezzone della via Traiana… E poi un sarcofago normanno, un mosaico con creature marine, una cisterna (c’è acqua ovunque sotto il capoluogo con dislivelli differenti tra le falde acquifere), in un continuum che attraversa secoli e civiltà. Sopra, al solstizio, dal rosone centrale della cattedrale passa un fascio di luce che – come nell’attesa di un imminente miracolo – va a illuminare l’interno.

Nei pressi, si torna all’oggi con il Panificio Fiore in un palazzo gentilizio o con l’affascinante Galleria del Catapano (“colui che domina su tutti”) in strada Palazzo di Città 41 (ex via francigena), monili in oro, argento o altri materiali senza limiti di fogge, colori, dimensioni  e tecniche: una creatività sfarzosa in uno spazio ad archi, capitelli, volte in pietra pluricentenaria. Si concentrano, in prossimità, altri luoghi deputati di arte e bellezza, primo tra tutti la basilica di S. Nicola (1088, con elementi bizantini,  rinascimentali, barocchi…), massiccia, incorniciata da 2 torrioni, finestre sottili, simile a una fortezza, pianta irregolare, il transetto  reclinato a destra a simbolizzare il capo di Cristo in croce morente. Nicola piace a tutti da sempre, a Oriente come a Occidente. Fu rubato (i suoi resti, le icone del suo passaggio umano, s’intende) dai baresi, su input dei ricchi commercianti, ai turchi organizzando, forse primi nella storia, un’operazione propagandistica senza frontiere: “Se il santo piace a tutti, ce lo accaparriamo noi baresi”. Perfetto!, tanto che la cripta è vivacissimo centro di culto, anche oggi, per altre fedi. L’edificio, in pietra calcarea, sul lato posteriore esterno, attraversando la “cittadella nicolaiana”, si presenta con la parte absidale liscia, ricordo dei palazzi normanni palermitani, cioè lo stile romanico-pugliese.

Incredibile come un tempo il mare entrasse in città, tanto che le barche dei pescatori erano ormeggiate nel nucleo abitativo. Ma il mare, oltre ai pescatori, alle navi commerciali, ai traffici tra terre lontane, era sinonimo anche di partenze per le Crociate, assalti pirateschi, scambio di mondi… Interlocutrice privilegiata, Venezia, ricordata in piazza del Cinquecento – Palazzo del Sedile, Palazzo della Dogana – con la fontana della Gogna arricchita da un leone in pietra, simbolo di S. Marco. Ecco la chiesa medievale di S. Anna (edificio di riferimento della comunità lombarda) e, per chi preferisce il Barocco, quella di S. Domenico o di S. Giovanni Crisostomo del ‘200. Quella della Vallisa, di origine bizantina, ha lo schema della chiesa romanica: tre absidi tonde esterne, “tetto a piastrelle” (le chiancarelle) che ricordano i trulli.

 

Bari. Palazzo Fizzarotti, Salone Rosa

 

Il mondo laico risponde: in età altomedievale (Bari era il cuore del mondo bizantino del Meridione), con Palazzo Simi in strada Lamberti 1, neo-rinascimentale, inserito in una chiesa romanica, ma con il sottosuolo (ancora una volta!) che svela una domus romana, una chiesa bizantina con affreschi, un deposito di granaglie, un antico forno… Gioiello assoluto, poi, Palazzo Fizzarotti, 1910, stile Eclettico (tra i pochi esempi ancora esistenti in Europa e visitabile su appuntamento: www.pugliarte.it/calendario-visite), voluto dall’omonimo, colto, visionario imprenditore. Il palazzo, suddiviso in magnifici saloni decorati e dipinti, i cui soggetti sintetizzano concetti connessi tra loro come economia, politica, storia, filosofia e fede, è anche sede di una fondazione che promuove concretamente cultura e arte. Come i mecenati illuminati del Rinascimento italiano.  Merito dell’appassionata “Signora di Palazzo”, Maia A. Marinelli.

 

Bari. Palazzo Fizzarotti, Salone delle Arti e del Lavoro

 

Corpo e soggetto dominanti, da trattare come un “pezzo unico di autori vari, a controllo dell’Adriatico, attore comprimario della grandezza di Barium, e insieme simbolo della città, è il Castello Svevo (normanne le torri), “mostro” a infinite facce. Sintetizzando, almeno due: la parte visibile e quella caleidoscopica sotterranea, “summa” di 5000 anni di storia. A 5 m di profondità un villaggio, forse di pescatori, bizantino, ma prima capitelli mesopotamici, tombe, dislivelli della pavimentazione a testimonianza dei cambi di civiltà… Solo da visitare e farsi emozionare. L’esterno? In carparo barese (pietra “a spuntoni”), un portale che intimidisce per la sua bellezza con simboli federiciani come l’aquila, Enea a cavallo (Federico II di Svevia era, di cultura, profondamente latino), la sirena come potere di Federico sul male, il pavone (la sua “zampata” sulle terra) e Sigfrido che uccide il drago, diventando così immortale come imperatore e come uomo. Indimenticabile, subito varcato il portale, la loggia federiciana: capitelli con volti, elementi vegetali simbolici. E poi il cortile trapezoidale in parte svevo a scopo difensivo, in parte aragonese con finalità ludiche, di vita cortigiana.

La “Terra di Mezzo” e i quartieri murattiano e umbertino

“Terra di mezzo” in questo itinerario è p.zza Ferrarese, ex orti, ex area di mercati alimentari con edifici a colonne, ora in via di illuminata trasformazione in centri culturali o in atelier per acquisti di qualità, di matrice artigianale. Ne è un esempio Puglia Design Store, open-space con raffinate ceramiche, lavori all’uncinetto, monili, luminarie d’arredo, ceste… tutto in fibre naturali o materiali di riciclo. L’area fa da cerniera tra la Città Vecchia, il Quartiere murattiano alle sue spalle e quelli umbertino e poi mussoliniano, che corre lungo il mare. Dedicato alla regina Margherita, moglie di Umberto I di Savoia (assassinato nel 1900), svetta l’omonimo teatro edificato su palafitte in stile liberty, intonaco color biscotto, prossimo a diventare museo d’arte contemporanea. Sull’estrema punta dell’istmo a fianco, lo storico Circolo Barion (1894), torrette e oblò, attorniato da barche dondolanti. E poi il molo S. Nicola, sede del vociante mercato mattutino del pesce “N-derre la lenze”, dove polpi e cozze la fanno da padroni.

Il Quartiere murattiano, invece, “terragno”, perfetta operazione propagandistica per catturare la simpatia dei commercianti (vedi: S. Nicola trafugato), fu creato nel 1813 da Eugenio Murat, re di Napoli e cognato di Napoleone I: una pianta a scacchiera, uguale da ogni punto d’osservazione, palazzetti in tufo e cemento, ideale “quartiere-supermercato” per i commerci, un mezzo concreto per rendersi popolare.

Corso V. Emanuele (nel ‘500 mura e fossati a difesa di Bari Vecchia) fa angolo con corso Cavour (giuntura tra quartiere murattiano e umbertino), che fende poi dritto il cuore di Bari. L’area, in parte pedonale, racchiude negozi, atelier, boutique installati in palazzi Otto-Novecenteschi di grande impatto, opera di celebrati architetti  come Saverio Dioguardi e i fratelli Prayer. Si entra e si esce – per poi rientrare – tra Otto e Novecento come sul palcoscenico duplice di un teatro. Uno spettacolo, anzi due, con un unico ingresso. Tra shopping e storia, ecco il Teatro Piccinni (1854), il più antico della città. Gli risponde, da l.go Nino Rota, il Teatro Petruzzelli (1903), affiancato da un palazzo liberty e da un’infilata di edifici sontuosi anni 10-15. Primattrice, via Sparano, arteria “a cannocchiale” che, da c.so V. Emanuele, porta fino alla stazione ferroviaria ottocentesca. Strabiliante nel suo sublime (ancora una volta) liberty, Palazzo Mincuzzi.

 

 

 

 

A contrasto, la chiesa di S. Ferdinando, interno ottocentesco, esterno rimaneggiato nel Ventennio. In via De Giosa, la Cereria Introna, dal 1840, è sinonimo di “arte della cera”: candele con forme esclusive, colorate e modellate a mano; paraffina, cotone, elementi naturali; accese, si respira sano. E durano tantissimo.

 

 

Il Ventennio lambisce il mare

Il lungomare Nazario Sauro si veste dei fasti mussoliniani: palazzi con colonne, capitelli, atrii, porticati di segno forte, materiali “maschi” come il marmo nelle sue variegate sfumature. Ancora una volta, lo spettacolo è vista mare (di un colore stupendo) o “dietro le quinte”, cioè nelle strade con case che si stanno rintonacando con tinte decise, mediterranee, balconi eleganti in ferro battuto, fregi di classe. Sul lungomare, la “perla” è  la Pinacoteca Metropolitana, uno scrigno fantastico (non valorizzato a sufficienza) di quadri – e sculture – che, oltre a maestri come Il Guercino, Il Veronese, Palma Il Giovane – ha il clou in caposcuola dell’800-900 (De Nittis, Boldini, Signorini), cui si aggiungono 50 opere sensazionali di caposcuola: la Collezione Grieco. Superlative. In largo Adua, in stile tardo liberty, inaugurato nel 1927, il Teatro Kursaal, un altro fiore all’occhiello della cultura cittadina.

In via Celentano 50, Pamela Campagna mostra il volto attuale e imprevedibile dell’arte contemporanea: opere con materiali insoliti, tecniche create ex-novo, tavolozze cromatiche inaspettate. “Fiberart”, come le chiama lei. A contrasto, in via Cognetti, il palazzo sede dell’Acquedotto Pugliese (progettista: Duilio Cambellotti), smagliante prodotto del Ventennio: pietra bugnata di Trani all’esterno, atrio con soffitti a cassettoni (visitabile la domenica mattina), cortile con fontana centrale che richiama lo svevo Castel del Monte, tubi-grondaie lavorate a foggia di bisce, pavimenti e altri particolari costruttivi che richiamano l’acqua: ponti, onde, anfore…

L’ospitalità

A due passi, il ristorante Al sorso preferito in via De Nicolò 40, cucina locale e una medaglia al petto: qui sono nati alla fine degli anni ‘60, e per un errore dello chef, gli spaghetti all’assassina, vanto della cucina locale, che contempla orecchiette e rape, polpo su purea di fave (e in ogni modo), spaghetti con pomodori “al filo” (cioè invernali, ma che, appesi, restano freschi e gustosi fino all’estate) o con patate e cozze.

 

Nel quartiere Poggiofranco, defilato e tranquillo, ma prossimo al centro e al mare, sono due i ristoranti da segnalare, entrambi restaurant d’hotel, di classe, di grande qualità e a prezzi corretti. Basilico è la carta da visita gourmand dell’Hi Hotel (www.hihotelbari.com, 4 stelle, 88 camere, svelto, giovane, criteri di accoglienza nuovi ma eccellenti, doppia con colazione da 110 euro). In tavola, un intelligente mix di cucina locale con influenze culinarie dal mondo (prezzo medio 40 euro), atmosfera “colorata”, vetrate su un giardino lussureggiante con piscina sapientemente illuminato la sera.

 

 

 

Più classico, servizio superlativo e sorridente, il ristorante The Seasons dell’albergo The Nicolaus Hotel (www.thenicolaushotel.com, 4 stelle superior, accoglienza personalizzata e accudente, doppia con colazione da 140 euro). La classe eccellente dell’hotellerie si riflette sul The Seasons, aperto a pranzo e a cena, vetrate su un giardino fiorito interno, ambiente circolare il cui epicentro è un “fungo”, paradiso self-service per antipasti di pesce e preparazioni locali. Nel menu, tartare di dentice e mojto, tartare di gambero e bisque fredda, tonno tatami scottato su letto di asparagi e granella di pistacchi, gnocchetti con colatura di caciocavallo e crema di zucchine, braciola alla barese… Ottimi vini autoctoni compreso il rosso Sussumaniello (asinello, in dialetto). Conto sui 45 euro.

 

 

 

Un’altra ottima notizia: Bari si vive in ogni stagione dell’anno. Cambiano solo la luce e il colore del mare. Sempre speciali. Info: www.agenziapugliapromozione.it; www.viaggiareinpuglia.it

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