Immaginate come titolo di un tema da svolgere la seguente frase: “un uomo decide di tagliarsi i baffi dopo dieci anni. Ma nessuno se ne accorge. E tutti gli fanno credere che i baffi non li abbia mai avuti”. Ci si può sbizzarrire nelle soluzioni più varie. Di sicuro la fantasia degli scriventi può portare a vette di improbabilità altissime, pur di strappare sorrisi di approvazione. Difficilmente però si arriverebbe a comporre un romanzo. E men che meno un gran romanzo, pieno non soltanto di colpi scena, ma anche di un finale perturbante.  Ecco, in sintesi, il romanzo I baffi scritto nel 1985 da Emmanuel Carrère e pubblicato l’anno seguente anche in Italia da Adelphi (traduzione di Maurizio Balmelli), un gioiello di narrazione perturbante che è possibile ormai ascrivere tra i long seller in procinto di divenire classici contemporanei.

Ne ignoravo l’esistenza fino a qualche giorno fa. È stato il provvidenziale consiglio di un’appassionata libraia a farmelo prendere. Segno che è ancora utile frequentare le librerie e non affidarsi soltanto ai motori di ricerca dei negozi on line.  Una volta acquistato mi sono reso conto che ha già all’attivo 14 edizione soltanto per la versione italiana. Segno che l’ignoranza è soltanto mia, ma che il pubblico dei lettori ha continuato costantemente a leggerlo e apprezzarlo. Da tempo vado leggendo i lavori dello scrittore francese. La caratteristica costante che più salta agli occhi affrontando i libri di Carrère è proprio che non c’è alcuna costante. Sono tutti differenti, per stile, per temi, per generi. A unirli, forse, soltanto l’uso sapiente della lingua e la sua naturale predisposizione alla fabula (inclinazione che lo rende fratello del nostro Niccolò Ammaniti).

Il protagonista di questo racconto è un architetto parigino di successo. Senza figli ma con una moglie intelligente, bella e indipendente con la quale condivide molti amici, il piacere della lettura e quello dei viaggi esotici. Insomma, una persona perfettamente inserita e appagata. Se non fosse per quei baffi che un giorno decide di togliere. Da lì è una lenta ma progressiva caduta agli Inferi. Nessuno sembra accorgersene e, a mano a mano che il racconto va avanti, la presa del protagonista sulla realtà perde aderenza. I telefoni non squillano, le date non coincidono più, anche gli amici di un tempo spariscono dal ricordo condiviso con la moglie, così come alcuni dei più memorabili viaggi esotici del passato della coppia. Il Nostro viene quindi sempre più spesso assalito dall’ossessione del non verificabile. Fino al punto da fargli pensare, durante una fuga dalla città, alla moglie, a quello che stesse facendo a cosa pensasse. “Continuava a parlare, mangiare, bere, dormire? Si ricordava almeno che era scomparso? Che era esistito?” Sembra un personaggio preso di peso dai romanzi di Philip Dick, al quale proprio Carrère ha dedicato una mirabile biografia dal titolo (guarda caso!) Io sono vivo, voi siete morti, uscita in Italia nel 1993. Le atmosfere oniriche della parte finale, con un crescendo di tensione, ricordano la maestria di Edgar Allan Poe. E di sicuro tutto il testo è ammantato dalle posture surreali care a Kafka. Altro non si può aggiungere dal momento che non è il caso di svelare il finale a sorpresa. Posso solo dire che sono estremamente riconoscente a chi mi ha suggerito la lettura di questo piccolo capolavoro del Novecento.

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