Quel messaggio in bottiglia precipitato da un futuro senza letteratura
Finalmente un libro che divide e fa discutere. D’altronde è a questo che dovrebbero servire le opere di ingegno. Il libro in questione è l’ultimo romanzo di Ian McEwan (Quello che possiamo sapere, Einaudi). In questo blog si dovrebbe parlare principalmente dei romanzi “che restano”. Quelli che superano la prova anche del trasloco. Quelli che non vengono mai tolti dagli scaffali della libreria domestica perché sempre attuali, perché divenuti col tempo dei classici contemporanei, perché il loro messaggio riesce a parlare a ognuno di noi in modo diverso ma sempre efficace, e perché non si sa mai: magari un giorno un figlio potrebbe aver l’estro di prenderlo in mano e leggerlo.
Le critiche piovute addosso all’ultimo romanzo dello scrittore inglese non sono pretestuose. E spesso evidenziano alcuni macroscopici difetti. Gli elogi ricevuti compensano, comunque, abbondantemente queste critiche. E alla fine non resta appunto che il braccio di ferro da chi sottolinea i difetti e chi ne esalta i pregi.
Si tratta di un romanzo distopico ambientato nel 2119, quando un pianeta (il nostro) devastato da inondazioni, rivoluzioni climatiche e guerre atomiche cerca di non perdere contatto con la storia di chi è vissuto sulla Terra un secolo prima. E i mestieri di filologo, di studioso di letteratura e di storico richiedono come requisito essenziale la capacità di farsi largo tra l’incommensurabile mole di messaggi e testi digitali che compone buona parte del vissuto dell’uomo che viveva all’inizio del ventunesimo secolo, quando mail e messaggi whatsapp raccontavano se non proprio la quotidianità almeno la sua percezione soggettiva.
McEwan immagina un narratore alle prese con un compito molto arduo nonché anacronistico. Deve, infatti, rintracciare una “Corona” ovvero una particolare silloge poetica encomiastica che risponde a rigidissime regole retoriche. L’ha scritta e declamata Francis Blundy, un autore celebre appunto cent’anni prima, nel corso di una festa di compleanno della moglie Vivien. Festa alla quale erano intervenuti soltanto pochi e selezionati amici. Per una serie di favorevoli circostanze quella corona (mai pubblicata) è entrata nella leggenda dei salotti letterari e nel mondo dei media. Sui giornali quella festa di compleanno venne definita con clamore “secondo immortal convivio” con riferimento al celebre banchetto del 1817, cui parteciparono Keats e Wordsworth. Cercare tracce di quel testo scritto a mano su preziosa pergamena è un compito più che arduo in un’epoca dominata dalla memoria digitale. Inoltre, il rischio è rappresentato dal fatto che di quella poesia non solo non restano tracce materiali ma nemmeno testimonianze dirette di chi l’abbia davvero letta. Insomma, si tratta di un’opera letteraria entrata nella leggenda proprio per il fatto di essere stata poco (o punto) letta. Come è capitato nella realtà a Infinite Jest che proprio quest’anno compie trent’anni dalla sua prima pubblicazione. Il romanzo monstre di David F. Wallace è sicuramente diventato popolare più come feticcio (l’oggetto in sé) che per le sue doti di romanzo fiume. Tutti lo esaltano ma in effetti è difficile quante delle copie diffuse siano state lette con profitto.
Per tornare al Francis Blundy, McEwan lo prende a modello di un certo modo di intendere il lavoro letterario nella nostra contemporaneità. Un romanzo a tema che sfrutta questa invenzione per teorizzare sulla funzione della letteratura nella nostra epoca. Accanto a Blundy, però, un ruolo determinante nell’economia del racconto lo riveste Vivien, la seconda moglie. Qui – secondo molti lettori ed estimatori McEwan offre il meglio di sé. La seconda parte del romanzo, infatti, è incentrata sul ruolo e sulla vicenda di Vivien. Una seconda parte che molto prende in prestito dalle tematiche care a Dostoevskij senza dimenticare l’utilità dei processi narrativi dei thriller di oggi (estremamente sofisticati rispetto ai romanzi delle origini del genere). Il finale a sorpresa non ci consente di andare avanti in questa trattazione. Possiamo soltanto rivelare che il romanzo che inizialmente sembrava pendere a favore della letteratura come migliore antidoto alla stupidità umana, capace soltanto di distruggere il patrimonio naturale che ci è stato regalato e il tesoro di civiltà che ci siamo costruiti secolo dopo secolo, finisce per ritrovarsi scalzato dalle ragioni della vita quotidiana entro la quale è più efficace la comprensione di quelle qualità che ci rendono – nel bene e nel male – umani.
