Il romanzo epistolare che ha demolito la letteratura engagè
Non serve sottolineare qui che Arbasino ha un posto di diritto tra i longseller e ancor più tra i classici contemporanei. Soprattutto per il suo Fratelli d’Italia che Feltrinelli riporta in libreria nella prima edizione (quella appunto di Feltrinelli del 1963, seguita poi da altre edizioni arricchite e pubblicate da Einaudi e da Adelphi). Un’edizione, quella ora accessibile anche ai “nuovi lettori” del Maestro di Voghera, impreziosita da una lunga e ghiotta postfazione di Giovanni Agosti. Un libro che ha fatto tremare gran parte dei frequentatori dei salotti dell’intellighenzia dei primi anni Sessanta perché ne ridicolizzava tic e piccole manie. Prima di quel libro, però, c’è l’Anonimo lombardo (anche questo uscito prima da Feltrinelli nel 1959 e poi via via arricchito nelle successive edizioni Einaudi e Adelphi. Di questo libro, letto e compulsato ai tempi dell’università ho sentito di nuovo parlare in occasione della presentazione del documentario di Michele Masneri e Antongiulio Panizzi Stile Alberto nel foyer del Teatro alla Scala di Milano. Come ricordava Masneri presentando il documentario, il libro Anonimo lombardo inizia proprio raccontando una celebre prima alla Scala (era il 10 dicembre del 1953 e la Callas rimase scolpita nella memoria dei melomani meneghini con la sua Medea). Dall’uscita del documentario (poi passato anche sulla Rai) fino alla recente ripubblicazione di Fratelli d’Italia è tutto un parlare dello scrittore di Voghera. Impossibile resistere alla tentazione di riprendere in mano i suoi testi. Eccomi, quindi, qui a parlare di Anonimo lombardo. Qui di seguito tre motivi per non lasciarselo sfuggire. Perché offre una precisa ricostruzione delle dinamiche del mondo editoriale di allora (ma anche dei decenni successivi) con tutte le piccinerie, le ipocrisie dei critici letterari e degli intellettuali engagè che creano mode e canoni per supportare ideologie artificiose piuttosto che per valorizzare i testi capaci di superare la prova del tempo. Essendo un romanzo epistolare (la forma scelta è la più adatta a un romanzo di idee), il nostro “anonimo lombardo” ricorda a uno dei destinatari delle sue missive la miseria culturale di questi intellettuali. “Tu però a quelli parli di letteratura inglese: sentirai che cosa ti rispondono. Eppure, prima e dopo Graham Greene, ne è uscita di roba! Ma dal momento che non lavorano affatto, certo è più comodo snobbare quello che si ignora. E anche leggere Defoe, Dickens o George Eliot può essere poco piacevole per uno che ha poca voglia”. Insomma, si può leggere tutto, ricorda A.A. ma non si può rinunciare ai classici se si vuole avere cognizione di causa quando si parla di letteratura. Altro motivo per cui vale la pena leggere L’anonimo lombardo è il taglio precettistico scelto per questo romanzo epistolare. È un’eredità pariniana che l’autore denuncia fin da subito. Per i lettori di oggi può essere essenziale: offre libri, film, opere d’arte e opere sinfoniche da annotare e mettere nel proprio “carrello” degli acquisti. Non perché c’è un mainstream da seguire. Al contrario proprio per sentirsi liberi di seguire le più varie strade e di seguirle con la giusta “attrezzatura da viaggio”. Il libro poi si offre come utile strumento per evitare di cadere nella più frusta retorica quando si ha intenzione non soltanto di scrivere in proprio ma anche semplicemente di giudicare ciò che fanno gli altri. Basti quanto scritto nella nota di pagina 184 (sto leggendo l’edizione “arricchita” del 1971 di Einaudi): “Una volta per tutte: le denunzie si fanno in Questura, le istanze si presentano ai Superiori, i messaggi si spediscono per posta, mentre gli effetti scontati o validi li adoperino pure i contabili nelle banche. La letteratura è altra cosa, e che la si serva di tutt’altri strumenti, per favore”. Alla fine, quel che resta di questo romanzo epistolare è proprio il grande lavoro prodotto dal giovane ed entusiasta scrittore (all’epoca della prima stesura era poco più che trentenne) per rinnovare e rispolverare la grande tradizione del romanzo novecentesco. Un lavoro che produrrà sempre buoni frutti in coloro che accetteranno i suoi “precetti”.
