Quando “ripassa” il treno di Manzoni meglio non perderlo
Ogni volta che riprendo in mano un classico della nostra letteratura penso ai melomani. Alla loro passione. Al loro entusiasmo nel sedersi in galleria e assistere per l’ennesima volta all’allestimento di un’opera. Se sono fortunati si tratta di un nuovo allestimento. Che consentirebbe loro di far confronti sulle diverse impostazioni della regia, della scenografia e anche della direzione orchestrale. Se non sono così fortunati potranno sempre aspettare con trepidazione quei “passaggi” che hanno sempre scaldato i loro cuori, quei vocalizzi e quei virtuosismi che li hanno sempre riempiti di meraviglia e vedere quanto il tempo ha mutato il loro stesso porsi di fronte all’opera e alla storia sottesa.
Per me accade lo stesso con i grandi romanzi. L’ultimo che ho ripreso in mano è I promessi sposi di Manzoni. Ho acquistato un’edizione Einaudi che vanta anche una introduzione di Salvatore Silvano Nigro. Si tratta di un’edizione economica (ma molto ben confezionata) che riporta in appendice anche la Storia della colonna infame. Anzi non in appendice. Perché la Storia ha la stessa dignità nel titolo che hanno proposto i curatori del libro. Ed è proprio a partire dalla confezione di questa edizione che parte la mia piccola e “personalissima” disamina del testo. Ma ci tornerò a suo tempo. Prima parliamo del romanzo.
Proprio come un melomane di fronte all’ennesima versione della Tosca mi sono beato della lettura manzoniana, trepidando nel ritrovare certi passi, certe descrizioni, certi personaggi, e nel sorridere di ammirazione per certe trovate dell’autore. E soprattutto nell’accorgermi che una “lettura matura” aggiunge sugo a un piatto già sapido di suo. D’altronde ogni volta l’incanto si ripete. Cosa che giustamente succede soltanto con i grandi classici che non perdono mai vitalità e forza. E poi c’è la lingua del Manzoni. Una lingua (non servirebbe nemmeno scriverlo) che non ha eguali e che conforta sempre il lettore che cerca costantemente (senza mai trovarlo) un buon esempio di stile letterario nei nostri contemporanei.
Saltando a pie’ pari tutti i preamboli sul plot (e ci mancherebbe altro!), arrivo al dunque dei passaggi che mi hanno colpito in questa nuova lettura. Intanto c’è da dire che è la prima volta che lo prendo in mano dopo l’esperienza del Covid. E non è un dettaglio da poco. La storia della peste che ha messo Milano in ginocchio nel 1630 non lascia indifferente chi è passato attraverso l’esperienza dei lock down dovuti alla pandemia. Tutti i meccanismi sociali e culturali che hanno dimostrato quanto i milanesi fossero impreparati allora si sono replicati con drammatica evidenza nella nostra esperienza del covid. La paura dei monatti, le restrizioni, le insolenze contro gli scienziati, le false credenze…. Basta aggiornare le descrizioni e si hanno cronache perfette dei nostri giorni con la pandemia. E poi basta vedere la descrizione delle strade milanesi attraversate da un Renzo ormai immune. “Era uno di que’ tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti non c’è nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso, con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di cantare, senza avvedersene; di que’ tempi forieri della burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata a un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza a ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa”.
Lasciando perdere la storia dei fidanzatini sfigati, è il contesto il vero protagonista (e il vero capolavoro) di Manzoni. La rivolta del pane non ci dice tanto anche rispetto alle tante emergenze sociali del presente? La ribellione e gli assalti ai forni? Come sono trattati dall’autore? Come li vede? Non sembra di avere uno specchio davanti a noi nel quale vengono mostrate le violenze urbane di oggi che blaterano di palingenesi ma incitano soltanto a una violenza fine a sé stessa?
E poi ci sono i ritratti: non dei fidanzatini (anche se li descrive con una precisione chirurgica), bensì del cardinale Borromeo, dell’Innominato, fra’ Cristoforo, e su tutti di don Abbondio (paradigmatico del genio italiano come solo Alberto Sordi riuscirà poi a essere più di un secolo dopo).
Non posso dilungarmi oltre, anche se ne avrei ancora tante di cose da dire. Mi limiterò a due postille. Una riguarda l’edizione. Il volume in questione riporta in copertina un ritratto della Monaca di Monza, firmato da Giuseppe Molteni (1847, ora nelle Civiche raccolte d’arte moderna di Pavia). L’editoria contemporanea ha da tempo riconosciuto che non è la coppia di aspiranti sposi il vero protagonista del romanzo ma, come appunto abbiamo scritto prima, il contesto sociale e storico. E in questo contesto spicca per esemplarità la storia della monaca di Monza. Anch’essa oggi ci può dire molto, di come l’inferno possa nascondersi tra le mura di una dorata vita domestica. E su quanto si pagano caro le scelte proditorie dei genitori.
L’altra postilla è una sorta di mea culpa. Mi sono accorto che a pagina 621 di questa edizione Manzoni scrive la parola “treno” per intendere una serie di vetture che si susseguono in fila all’uscita dalla città di Milano. Possibile che durante i miei studi (anche di filologia e storia della lingua) non mi sia accorto di questa parola? Possibile che solo all’ennesima lettura, varcata tra l’altro la soglia dei sessanta, l’occhio si sia fermato su questo termine che solo a una superficiale lettura può apparire incongruo? Il termine appare, infatti, nella nostra lingua fin dal XII secolo per intendere una carovana, dove i convogli sono legati uno all’altro. Alla fine, è l’ennesima riprova dell’utilità delle riletture. Soprattutto se si ha il piacere di riprendere capolavori come questo
