Se Raskolnikov cade nella trappola del tenente Colombo
I social e i libri. Un rapporto quanto mai difficile e ambiguo. Recentemente mi è capitato sotto agli occhi un video dove una giovane cantante raccontava le trame dei libri che aveva letto. Tutti classici. Tutti freschi di ristampa. In poche battute ne sintetizzava il contenuto e ne spiegava il valore, mostrando la copertina. Pillole forse un po’ ovvie di saggezza critica ma almeno la scelta dei classici era di buon gusto (tra gli altri anche Il maestro e Margherita). Parlando del dostoevskiano Delitto e castigo la cantante ha detto che il romanzo si divide in due parti: il delitto e il castigo.
Mi soffermo sul grande romanzo di Dostoevskij non solo perché questa pillola di saggezza è in realtà una pillola di superficialità, ma anche perché lo sto rileggendo (a trent’anni esatti dalla prima lettura). E l’ho ripreso in mano proprio perché volevo rinfrescarmi la memoria sul modo in cui Raskolnikov passa dal delitto (brutalissimo, tra l’altro, degno di un film di Tarantino o di un romanzo di Stephen King) al pentimento e al riscatto attraverso il castigo. Non l’ho ancora terminato di rileggere ma sono già arrivato al punto in cui il giovane (“ex studente”) cade nella trappola ordita dal funzionario incaricato di indagare sul duplice omicidio dell’anziana usuraia e della incolpevole sorella. Ci sono pagine memorabili nel dialogo tra i due che a me hanno ricordato il dialogo di Peter Falk (alias Tenente Colombo) nelle vesti di un commissario capace di smascherare i colpevoli intrattenendo con loro piacevoli e solo apparentemente amene conversazioni. Porfirij Petrovic non accusa Raskolnikov. Al contrario lo blandisce e solo lentamente arriva a instillare nel giovane assassino il dubbio di essere stato smascherato. E, come succede in tutto il romanzo, anche in questo interrogatorio camuffato da conversazione, la verità si disvela lentamente, grado per grado. Non solo all’attenzione dei protagonisti ma anche a quella del lettore. Questi ha sì assistito ai brutali omicidi, ma arriva a capire cosa ha armato la mano dell’ex studente, lentamente. Perché il romanzo non è un semplice racconto di un delitto e di un castigo. E’ piuttosto una profonda (quasi ossessiva) indagine dell’animo umano e di tutte le pulsioni che determinano il suo comportamento. Non c’è solo la colpa, c’è anche la disperazione, l’umiliazione, le speranze frustrate, i sogni, i tormenti e le passioni feroci. E non coinvolgono soltanto Raskolnikov ma tutti gli altri personaggi principali di questa tragedia. E l’abile penna di Dostoevskij renderà immortali non solo le fattezze e le ossessioni dell’ex studente ma anche le umiliazioni della giovane Sonja che funge, per la coscienza di Raskolnikov, come elemento scatenante la sua “conversione”. Ultima annotazione. Leggendolo mi è venuto in mente che uno dei sentimenti dominanti del romanzo è la vergogna. Oggi è un sentimento praticamente scomparso nel nostro sentire comune. Forse rileggerlo e farlo rileggere potrebbe essere utile a capire come si è involuta e anestetizzata l’epoca in cui ci troviamo a vivere.
