A pesca di saraghi aspettando la fine del mondo
A pagina 342 del romanzo-saggio La fine del mondo di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie) trovo una sorta di citazione. Sembra un aforisma. Il narratore lo sfrutta per giustificare la sua ansia e la sua pavidità. Che poi è l’ansia e la pavidità della maggioranza delle persone. “Ha coraggio – spiega il narratore – chi non ha immaginazione”. Google mi corregge la sentenza. E la attribuisce a Charles Bukowski: “Il codardo è uno che prevede il futuro. Il coraggioso è privo di ogni immaginazione”. Dopo aver concluso la lettura di questo romanzo atipico, di questa confessione esistenziale, di questo viaggio all’interno dei meccanismi più profondi del nostro mondo “civilizzato”, di questa messa a nudo senza sconti e senza infingimenti della stessa voce autoriale, mi ritorna in mente proprio la citazione di cui sopra. Se il coraggio abbonda in chi non ha immaginazione, il nostro dovrebbe essere un mondo popolato per la maggior parte da persone testardamente intrepide.
Eppure il romanzo-confessione di Pecoraro racconta un’altra umanità. Indebolita, insicura, e profondamente distratta. E come campione di questa umanità prende proprio sé stesso. Un architetto della Roma piccolo borghese del rione Prati, avviato senza tanti clamori alla ruggine della terza età, si infila sotto il vetrino del microscopio di una spietata analisi sociologica. Quello che sembra essere un esame di laboratorio finisce per essere un memoir, in cui il narratore ripercorre i momenti emblematici della sua esistenza. Nella speranza di individuare le pietre miliari del suo fallimento. Perché di fallimento si tratta, questo diario con cornice apocalittica.
Si parla ovviamente di cambiamento climatico, si parla di cultura di massa e di social media. Si parla della schiavitù del telefonino e della schiavitù della prostata. Si torna con la mente ai ricordi dell’isola greca frequentata per una vita. E si finisce per ipotizzare che l’esperienza non è più un accumulatore di sapienza. Semplicemente perché ormai le nostre vite sono condizionate più dagli aggiornamenti dei software che dalla socratica consapevolezza di non sapere (almeno di non sapere abbastanza).
L’età dell’ansia, soprattutto per coloro che appartengono alla generazione dell’autore e a quella dei babyboomer (come l’estensore di questa nota), ha come principale causa appunto la consapevolezza che cultura (professionale e non) ed esperienza non servono. Serve soltanto restare costantemente informati sulle novità degli aggiornamenti. Perché, lo si voglia o no, la nostra vita ormai procede lungo il sentiero imposto dagli algoritmi e dalle procedure di sicurezza per entrare nei servizi on line.
E poi c’è il giudizio politico su quel “groviglio” rappresentato dalla storia italiana del secondo dopoguerra. Un arco temporale che il narratore, pervicacemente uomo del Novecento, rimugina di continuo. Tentando di districare la matassa di fatti e condizioni con il filtro dell’ideologia. Fallendo e ricominciando, sentendosi incapace di liberarsi del salvagente rappresentato dalla professione di fede identitaria.
La fine del mondo è sicuramente la fine del suo mondo ma anche delle sue illusioni. Che poi sono anche le nostre. Questo romanzo-saggio lancia molte provocazioni e ci lascia molti interrogativi. Non so se sia il “romanzo del secolo” come qualcuno lo ha già definito. Sicuramente rispecchia perfettamente questa età e la sua (mia) generazione.
