“Ricordare una cosa significa vederla per la prima volta”. In una semplice citazione di Cesare Pevase possiamo ridurre il senso de Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Perché è proprio dall’azione della memoria che il narratore seleziona i momenti salienti e più significativi della sua relazione con la bella e inarrivabile Micol Finzi-Contini. Una dorata adolescenza e una spensierata giovinezza si consumano tra il parco della villa di famiglia della ragazza e le strade di Ferrara alla vigilia della più grande tragedia del Novecento che porterà milioni di persone a morire dentro i campi di concentramento tedesco negli ultimi anni della Seconda Guerra mondiale. Ed è proprio il contrasto tra un presente narrativo caratterizzato dalla delicatezza dei moti dell’animo e un futuro popolato soltanto da cupe ombre a fare di questo racconto un monumento letterario inossidabile

Arte e memoria, letteratura e ricordi. Tutto funziona soltanto grazie a un principio preciso: si può ricordare perché si selezionano i piccoli momenti della propria esistenza. Questa selezione può essere volontaria o inconscia. Resta il fatto, comunque, che questa scelta rappresenta una sorta di author’s cut. Puoi crogiolarti nei ricordi o puoi fare della memoria un racconto interiore che ripercorre i passi salienti di un’avventura umana. La sua verità risiede però soltanto nella potenza evocativa del racconto. Quando ricordiamo, sembra dire il narratore di questo romanzo, noi “costruiamo” un passato per giustificare un presente altrimenti poco giustificabile. Rancori, rimorsi, delusioni, frustrazioni… sono tutti cancellati da un riavvolgere il nastro per rendere l’autofiction un’evoluzione coerente.

Ed è quello che si propone il narratore consapevole che “fa letteratura” nel momento non solo in cui sceglie di soffermarsi su determinati momenti della sua vita per trarne un racconto capace di dare un senso all’avventura umana ma anche attraverso l’utilizzo di una lingua altamente letteraria. Ed è forse questo l’elemento che più mi ha affascinato in questa rilettura del capolavoro di Bassani (riletto in una sgualcita edizione Oscar Mondadori degli anni Ottanta (il prezzo di copertina è di 8mila lire). Un elemento sul quale oggi ci si storcerebbe la bocca in segno di inadeguatezza e pesantezza. Vedendo in questa lingua piana, alta ed evocativa un mezzo antiquato e nient’affatto aderente al reale.

E invece quelle parole e quella lingua si fanno voce. Una voce capace di evocare suggestioni e intuizioni. Arrivando a comporre un testo nel quale la storia d’amore tra il narratore e la giovane Finzi-Contini non si trasforma mai in una relazione autentica ma resta nel limbo delle cose inespresse (o forse inesprimibili). E mentre, andando a ritroso verso i giorni di quell’innamoramento, la “voce protagonista” trova conferma ai suoi errori di giudizio su Micol e la sua goffa educazione sentimentale resterebbe un patetico capitolo della vita se non ci fosse una lingua a sublimarla e a renderla degna di essere raccontata.

Tag: , , ,