La bici è la bici. E così quando una cara ( e brava) collega come Luciana Rota, che tra mille cose cura anche una rubrica su InBiCi.net (http://inbici.net), ti segnala qualcosa che vale la pena di leggere, clicchi e leggi.  “Scattofisso” è una bella raccolta di emozioni, sensazioni, pensieri che a volte tornano indietro nel tempo perchè nessuno sport come il ciclismo è presente alla sua storia. Gira e rigira, torna. Ma anche se in bianco e nero, anche se pieni di nostalgia, anche se di un tempo che non c’è più le immagini di Coppi, Bartali, Anquetil, Panizza,  Bitossi, Moser e Saronni restano attuali. Come se ci fosse un’invisibile filo rosso che cementa tutte le stagioni di questo sport. Non solo. “Scattofisso” è la bici di questi giorni, di chi pedala e fa fatica ma soprattutto sogna. Perchè una salita e una discesa sono la sensazione immediata di cosa sappiano regalare ruote, pignoni e pedivelle. Ed è così che ti imbatti nella preghgiera di in un ciclista pericoloso che  su  Americancyclo (http://americancyclo.wordpress.com/) racconta la sua passione su una sella. E scopri che è anche la tua. Che poi è la stessa di tutti quelli un po’ filosofi e un po’ malati…

Quando vado in bici, non ascolto mai niente.
Sento tutto. Tutto mi passa a fianco, niente mi si impiglia addosso.
Tutto lassopra gira come un Rolex, al polso di un bohémien caduto dalla luna sulla terra. Tutto scorre semplice, lineare, chiaro, avvolgente. Certezze che hai solo in bici. Quando vado in bici non uso l’iPod, ma è come se l’avessi.
Tra un filare d’alberi e un pezzo di Johnny Cash passa poco. Tra una parete di sassi e un campo di pannocchie, sento risuonare la melodia di un cantautore americano dimenticato tra cataste di vinili.
Se chiudo gli occhi mentre pedalo leggero lungo un corso d’acqua, posso sentire con la coda dell’orecchio la voce profonda e disperata di un poeta. Sotto le palpebre, come un cortocircuito REM-ZEN, mi passano in rassegna le case cantoniere dello Stelvio, i pascoli di pecore scendendo dalla Marmolada a Canazei, l’aria rarefatta come nessun altra del Gavia, le due aquile nere in cima a sua maestà le Galibier, la diga sul Glandon, lo sciame sismico di un serpente colorato di caschi che sale il Pordoi da Arabba in una delle infinite Maratone, così uguali, così diverse tra loro.
Se li riapro, guardo le mani sulle pieghe, sento che sono a casa. Anzi, non mi sono mai mosso.
Già. Perché la fuga serve solo per tornare da dove si è sempre venuti.
La strada ti passa sotto come un nastro di musicassetta.
Dice chi sei, e tu lo sai. Ti spinge come una mano dove, pur non immaginandolo, sapevi che saresti arrivato.
Di più: ti spinge più in là. Non si ferma mai.
Vedi al tuo fianco scorrere le immagini e le persone che ti hanno incontrato.
Come in un sogno di primo mattino. Di quelli fatti a soffio dalla sveglia.
Di quelli che quando ti alzi, avresti voluto vedere come andavano a finire.
Ecco, sulla strada, come per magia queste persone a salutarti. Come due fiumi di folla sull’Alpe d’Huez.
E tutti cantano. Come un coro Gospel.
Andare in bici fa suonare.
Suonano le ruote, suonano i pignoni.
Suonano le viti, suonano i bulloni.
Andere in bici fa suonare la vita.
Io l’ho sentita. Ossì che l’ho sentita, fratelli.
Mi sono abbassato sui tornanti fatati del Giau, non ho avuto paura di ascoltarla. Parlava di cieli zaffiri e sospesi. Di campi di grano, carezzati da una mano.
Se non l’avessi sentita quella musica, probabilmente non l’avrei presa la bicicletta.
Oggi, mentre pedalavo, suonava così: come il pezzo qui sopra.
Non ci credete? Fate la prova.
Amen.

 

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