12299226_931427436938220_1241788352201859209_nC’ erano una volta la tuta e le scarpe da ginnastica. E andavano bene per tutto, per ogni sport. Poi correre è diventato jogging, andare in palestra fitness e anche quella che a scuola si chiamava educazione fisica oggi si è trasformata in lezione di «motoria». In pochi lustri è cambiato tutto. Addio scarpini da calcio in cuoio e palloni con le stringhe. Addio pesantissime biciclette d’acciaio e racchette di legno. Una vera e propria rivoluzione partita da materiali e accessori e così, anche se i gesti più o meno sono rimasti gli stessi, lo sport è diventato un’altra cosa. Non solo quello dei campioni, sempre più tecnologici, monitorati, studiati, programmati e specializzati. La tecnologia ha cambiato soprattutto lo sport della gente normale, quello di tutti i giorni. Quello di chi va al parco a farsi la corsetta, di chi esce per una pedalata in bici la domenica mattina con gli amici, di chi si tuffa in piscina nell’intervallo di pranzo o fa l’abbonamento stagionale dello skilift.
I CONTATUTTO
È la realtà, virtuale ma neanche tanto, che passa sempre più spesso da tablet e computer ai nostri telefonini. Che una volta si chiamavano così, oggi sono invece smartphone sempre più connessi ed «applicati» per cui non abbiamo segreti. Ci rivelano se siamo di buon umore, quanto pesiamo, quanto dormiamo, quante calorie stiamo consumando e soprattutto quando è arrivato il momento durante la giornata di camminare o alzarci dalla scrivania. Diecimila passi al giorno, più o meno sette chilometri. Tanti se ne dovrebbero fare secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, per mantenersi in salute, per non avere problemi di cuore (ma l’amore in questo caso non c’entra) e garantirsi un «motore» efficiente. Così, siccome contarli non si può, c’è chi ci ha pensato per noi e negli ultimi tempi sono arrivati fitness bands e activity trackers a ricordarcelo. Fasce e braccialetti che hanno Gps e cardiofrequenzimetri incorporati e rilevano ogni tipo di dato possibile. Bracciali biometrici in grado di leggere all’interno del nostro corpo misurando anche la quantità di ossigeno presente. Basta indossarli come si fa con un orologio, digitare l’età e qualche dato e loro fanno il resto. E se uno si dimentica di muoversi vibrano e suonano. «In dieci anni è cambiato quasi tutto – spiega Stefano Viganò, managing director di Garmin Italia, azienda che ha il suo core business nell’innovazione tecnologica -. Anche perché in questo settore dieci anni sono uno spazio siderale. Ci sono stati i cardiofrequenzimetri, poi è arrivato il gps e ora siamo ai rilevatori cardiaci senza fascia da mettere al torace. Il futuro è un po’ una svolta filosofica e porterà queste apparecchiature da polso ad indicare anche il nostro stato di salute e di benessere».
COPERTI DAL GUSCIO
Ma l’innovazione non passa solo da qui. C’erano una volta le maglie di lana che infeltrivano dopo un paio di sudate e un paio di lavaggi e le calzamaglie di lana per proteggersi dal gelo. Oggi chi scia ha maglie termiche, in fibre riscaldanti e gusci leggerissimi capaci di resistere al freddo artico. Fibre sintetiche che permettono il controllo dell’umidità, della temperatura, che refrigerano il corpo quando fa troppo caldo e viceversa, che uccidono i batteri. Fibre che attraverso dei sensori a contatto con la pelle trasferiscono i dati a reti wireless e permettono di capire se i muscoli sono stanchi e se sono bene ossigenati. Derivano da applicazioni militari, ma lo sport si è subito messo in scia. E così presto saremo tutti un po’ bionici. Con maglie e calze a compressione che massaggiano i bicipiti e quadricipiti mentre ci si muove e capaci di ritardare la fatica ed evitare infortuni. Con cardiofrequenzimetri sempre più raffinati in grado di leggere il battito del cuore grazie anche a sensori ad infrarossi che intercettano la pressione del flusso sanguigno e con orologi satellitari sempre più potenti e precisi in grado di indicare in ogni istante posizione, mappe, distanze. Capaci di calcolare in diretta la velocità, le calorie che stiamo bruciando, quelle che ci restano e anche, per chi gioca a golf, la distanza tra due buche e la traiettoria migliore per infilarci la pallina.
 LA  PARTITA IN UNA SCARPA
Tutto in un chip o in un radar ad infrarossi che aiuta a fare ciò che una volta non si poteva. Come in bici, avvisando se mentre stai pedalando ti arrivano macchine alle spalle o chiamando soccorsi in automatico se la bici subisce un urto. O come in piscina con dispositivi che si mettono al polso o sulla nuca in grado di contare le vasche, il numero di bracciate, l’ampiezza e la frequenza. Capaci di misurare la distanza nuotata in acque libere e di indicarci se è corretta ed efficiente. Tutto in un chip spesso talmente piccolo che può essere messo ovunque, anche nelle calze di un corridore per capire qual è il suo impatto sul terreno, quali sono i suoi difetti e come si può migliorare la sua corsa. Oppure infilato nella suola delle scarpette da calci o per trasmettere ad un computer i dati di un’intera partita: le distanze percorse in campo, i passaggi, il numero di scatti, la massima velocità raggiunta nella corsa. Ed ecco perché oggi i telecronisti in tv sanno un sacco di cose in più. Insomma, il futuro è adesso anche se a volte sembra troppo e il rischio è quello di incartarsi: «Sì, è vero, può sembrare così – spiega Viganò -, il punto di partenza però è che la tecnologia non deve essere fine a se stessa, ma deve sempre trovare un punto di realizzazione nel concreto. Lo sforzo deve andare in questa direzione e cioè identificare ciò che è utile e che si può usare. Oggi nel ciclismo professionistico, tanto per fare un esempio, gli atleti sono diventati dei robot e il rischio è che la tecnologia prenda il sopravvento. Chi vince? L’azienda che arriva per prima su un nuovo prodotto e che ha la capacità di renderlo il più possibile user friendly».
CORPO TRIDIMENSIONALE
E se lo sport va sempre più veloce, la ricerca vola. Così già si parla di tessuti leggerissimi in nanoparticelle su cui stanno lavorando alcune università americane per i body di ciclisti, pattinatori e atleti della velocità: morbidi e flessibili quando il corpo è in azione, ma in grado di indurirsi immediatamente in caso di urto e quindi di proteggerli nelle cadute. Già si parla di scansioni tridimensionali del corpo per costruire attrezzature e abbigliamento che assecondano alla perfezione le caratteristiche fisiche e aerodinamiche di ognuno. E già si parla di leghe e materiali di derivazione spaziale più leggeri e resistenti del carbonio. Troppo? Probabilmente sì, ma in questo settore il tempo viaggia a velocità più che doppia. «Anche perché nei prossimi anni ad utilizzare queste tecnologie saranno i giovanissimi di oggi che vivono in una dimensione digitale – spiega Viganò -. Sarà difficile per chi oggi non ha vent’anni tenere il passo. Già ora si fa fatica ad incastrare tutto ciò che la tecnologia offre. E quando sei convinto di essere al passo, sei già rimasto indietro…».