Capita spesso, di fronte a eventi che sembrano epocali fratture nel corso della Storia, domandarsi come le avrebbe osservate e giudicate chi è stato capace di conquistare la nostra stima attraverso le sue opere artistiche o semplicemente attraverso il suo lavoro critico di intellettuale attento all’evoluzione della modernità.

Di fronte alla crisi climatica, di fronte alle ondate migratorie che si susseguono con ritmi sempre più allarmanti, di fronte all’eterna lotta tra ricchezza e povertà che ai nostri giorni si mimetizza dietro populistici alibi razzisti e religiosi, mi chiedo se Ernest Hemingway sarebbe rimasto sul bordo della scena o sarebbe intervenuto armato della sua corrosiva scrittura.

E me lo chiedo soprattutto adesso, alla luce di un’illuminante rilettura. Si tratta di Avere e non avere, che ho ripescato dalla mia biblioteca casalinga. Si tratta di una vecchia edizione Oscar Mondadori (1980) nella traduzione Giorgio Monicelli e con un apparato critico firmato da Giansiro Ferrata.

Avere e non avere, scritto a metà degli anni Trenta, parla di mare, parla di contrabbando, parla di povertà e di ricchezza, parla di immigrazione clandestina tra la costa della Florida e le spiagge di Cuba. Siamo nel bel mezzo di un guado che l’America sta faticosamente attraversando per superare l’impasse della crisi del ’29.  In verità si tratta di un trittico che lo stesso Hemingway ha pensato sotto forma di romanzo. Tre racconti inquadrati nella stessa cornice e dove compaiono gli stessi personaggi. Tra questi svetta la figura di Henry Morgan, onesto contrabbandiere che naviga tra Key West e l’Havana, al timone del suo battello ora carico di turisti, ora d’alcool, ora di migranti clandestini. Con un solo pensiero fisso: sbarcare il lunario e assicurare il pane alla sua famiglia. Niente di più. Questo modesto contrabbandiere non ha le velleità letterarie di un’altra figura chiave di questo romanzo: Richard Gordon, uno degli assidui frequentatori dei bar di Key West che veste i panni esemplari dello scrittore cinico e arrivista. Eppure, nei suoi gesti e nelle sue scarne parole Henry Morgan sa cogliere il senso della vita con illuminante precisione. Attraverso di lui Hemingway vuole raccontare le disavventure di chi ricava sostentamento dai rischi del contrabbando con la massima empatia e con il massimo trasporto. Qui l’autore non sta scimmiottando l’abusata figura dell’intellettuale engagé. Proprio perché rifiuta la retorica perbenista (oggi la chiameremmo buonista) di chi si erge a paladino degli umili restando comodamente seduto in un bar a sorseggiare whiskey invecchiato.

Il “capitolo” conclusivo del romanzo, la chiusa di questo doloroso ma potente trittico, ci mostra l’ultima traversata di Henry Morgan con un finale degno dei Malavoglia e del naufragio della Provvidenza. Il triste destino del contrabbandiere è congegnato, come scrive Ferrata nella sua introduzione, “in modo da rientrare in un dramma sociale” dove l’uomo impara che “non può salvarsi da solo, come un estraneo alle grandi questioni collettive, battendosi anche con una forza straordinaria per sé medesimo e per la propria famiglia”. Rileggere oggi Avere e non avere ci insegna proprio questo: che i nostri sforzi di riscatto saranno sempre vani se non si inseriscono in un grande contesto collettivo di emancipazione e promozione umana.

 

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