La profezia di Ray Bradbury si sta avverando
Ci sono giornate in cui leggendo i giornali sollevi, quasi per caso, il velo su una situazione che fino a un attimo prima non pensavi nemmeno possibile. Non parlo ovviamente dei fatti di cronaca. Quelli per buona parte sono terreno dell’imponderabile. Parlo di quelle situazioni che rappresentano punte di iceberg di cui si ignorava, fino a un attimo prima, anche la semplice esistenza. L’ultimo caso mi è successo sfogliando le pagine del Messaggero dove un articolo di Angelo Paura spiega cosa sta succedendo nel mondo dei libri con l’avanzata inesorabile dell’intelligenza artificiale.
Il fenomeno su cui punta l’estensore dell’articolo è la distruzione di vecchi libri fuori commercio. Una distruzione che segue, però, la loro digitalizzazione. Un’operazione che non nasce per il bisogno di rendere disponibile il contenuto di questi libri anche a distanza attraverso i supporti digitali. Bensì per “allenare” l’intelligenza artificiale a scrivere. Per consegnare alla sua mostruosa memoria centinaia di migliaia di esempi.
Certo, dispiace, il macero dei libri. E ovviamente l’estensore dell’articolo ha subito tirato in ballo un classico della letteratura moderna come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (siamo inconsapevolmente debitori alla fantascienza delle più lucide visioni del presente e del futuro prossimo). Un romanzo dove i libri si bruciano perché pericolosi e la resistenza al potere dittatoriale si fa attraverso l’allenamento della memoria. A questi partigiani senza armi viene ordinato di mandare a memoria un libro e di rimanerne per sempre testimoni e voce. Visione poetica e struggente. Un’epica alquanto romantica. Che nulla però ha a che spartire con i grandissimi macchinari impiegati dalle vestali dell’IA che letteralmente spolpano i vecchi libri (a volte anche preziosi perché antichi) per suggerne la linfa ancora vitalissima per poi sputare carta e rilegature che a nulla più servono.
Alcuni giudici americani hanno già giudicato ammissibile questa pratica. Speriamo soltanto che si fermino almeno davanti alle porte delle biblioteche. Speriamo che lì non entrino e che almeno il patrimonio comune di oggetti che testimoniano del passaggio di quei testi di generazione in generazione resti protetto come lo è stato fino a oggi.
Ma lo notizia, però, che più mi ha inquietato è il metodo che stanno seguendo queste vestali dell’intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato dal giornalista, vengono raccolti tutti i libri pubblicati prima del 2023 perché è la data spartiacque. Fino ad allora si era sicuri che dietro ogni titolo ci fosse il lavoro della mente umana. Dopo di allora no. Mi si è gelato il sangue. In teoria, ho pensato, potrei aver già letto qualcosa fatto dall’intelligenza artificiale senza rendermene conto.
Non voglio aprire un dibattito sulle qualità della scrittura artificiale e di quella tutta scarti e sinapsi inaspettate di quella partorita dalla mente di uno scrittore in carne e ossa. Mi preme invece riflettere sul perché si ricorra all’intelligenza artificiale per scrivere un libro col proprio nome. Qual è la logica di questa subdola strategia? Di certo non la fama. E tanto meno il tornaconto economico. Ormai i libri non interessano più il grande pubblico. Non hanno mercato. E l’unico ambito nel quale si può riscontrare una discreta produzione è quella degli egocentrici e dei narcisisti. Insomma di coloro che proprio non riescono a fare a meno di dare alle stampe i propri “imperdibili” pensieri. Però, mi chiedo, che soddisfazione c’è a pascere il proprio ego attraverso l’intelligenza artificiale?
