Alle origini dell’autofiction? La felicità di W. Somerset Maugham
Si potrebbe costruire una parabola che va da Schiavo d’amore (Of human bondage) il secondo romanzo di W. Somerset Maugham e Operazione Shylock (Operation Shylock. A confession), il romanzo pubblicato da Philip Roth nel 1993. Si potrebbe farlo per svariati motivi. Il più degno di nota è senz’altro il canone dell’autofiction. Passano tre lustri tra il primo e il secondo. Un periodo sufficiente per perfezionare un canone che nel 1915 era soltanto un’intuizione (e forse nemmeno quella) nella mente dello scrittore inglese. Con Roth, invece, agli inizi degli anni Novanta, il genere dell’autofiction non soltanto è già affermato (anche se la sua diffusione esploderà soltanto con l’inizio del nuovo millennio) ma con lui raggiunge vette mai più toccate di raffinatezza e intelligenza.
I due libri sono stati da poco ripubblicati da Adelphi (per quello di Roth anche con una nuova versione di Ottavio Fatica). Su Roth ci sarà modo di tornare. Per quanto riguarda, invece, Maugham va precisato che non si tratta di autofiction in senso stretto. All’epoca proprio non era un canone immaginabile, nemmeno nell’impero che ha dato i natali a Lawrence Sterne e a Oscar Wilde. Però l’urgenza di raccontarsi, di mettere al centro della propria fatica letteraria e della propria foga introspettiva il proprio io è vecchia come la nascita della lingua letteraria. E William Somerset Maugham quell’urgenza la sentiva. Ed è ormai comunemente accettato che dietro le spoglie di Philip Carey, l’orfano cresciuto in una canonica e divenuto, a prezzo di immani sacrifici medico condotto, si nasconde lo stesso autore. Come Carey, Maugham è rimasto presto orfano. E come il giovane aspirante medico, lo scrittore ha vissuto l’infanzia presso uno zio sacerdote. Finendo non solo a laurearsi in medicina ma anche a curare per anni i poveri degli slums londinesi.
I due (Carey e Maugham) arrivano alla stessa consapevolezza: un approccio diretto al senso della vita dopo una lunga ed estenuante parentesi di dolori e frustrazioni. La coscienza di sé per il povero Carey, indebolito da un piede equino e dalla cronica ristrettezza economica, arriva tardi. Arriva quando si innamora senza riserve e senza difese della giovanissima Sally. Solo allora si rende conto di avere la forza morale di dire addio alle sue psicosi e alle sue dipendenze. Il titolo (Of human bondage) è un calco di un concetto di Spinoza che fa riferimento alla schiavitù umana quando la vita dell’uomo viene cioè dominata dai desideri ciechi e dalle emozioni negative. Se c’è un leit motiv nel romanzo è il rapporto di sudditanza che si crea tra il povero Philip e Matilde, una donna che lo sfrutta economicamente e psicologicamente fino ad annientarlo e fino ad annientarsi essa stessa. Il titolo dell’edizione italiana fa riferimento proprio a questa relazione tossica dalla quale il giovane aspirante dottore emerge con difficoltà. Ma il leit motiv non è il punto focale del racconto. È soltanto un lungo preambolo verso un finale edificante e lieto.
Nel frattempo, ci si forma, si studia, ci si confronta e soprattutto – come nel caso dell’autore, affetto da una fastidiosa balbuzie – ci si emancipa anche esiliandosi nel mondo della letteratura. Ma a un certo punto anche i libri non bastano più. “I giovani sanno di essere sventurati – confessa il protagonista -, perché sono pieni degli ideali menzogneri di cui sono stati infarciti, e ogni contatto col reale li offende e li ferisce. È come se fossero vittime di una congiura; perché i libri che leggono, ideali per necessità di selezione, e la conversazione delle persone più anziane, che guardano al passato attraverso una rosea caligine di smemoratezza, li preparano per una vita irreale. Devono scoprire da soli che tutto ciò che hanno letto e tutto ciò che è stato loro raccontato sono bugie, bugie, bugie; e ogni scoperta è un altro chiodo conficcato nel corpo sulla croce della vita”. Una lunga citazione dove il giovane aspirante medico si libera del filtro dell’arte e della letteratura per osservare (e cercar di capire) la realtà senza sovrastrutture o preconcetti.
Attraverso il lungo, penoso e doloroso percorso della conquista del sé il nostro aspirante medico arriva alla consapevolezza che il qui e ora è l’unico modo per vivere. E lo scopre proprio quando si trova a un bivio: seguire i propri sogni di gloria o ascoltare il cuore e sposare la ragazza che lo ama disinteressatamente. “Aveva vissuto sempre nel futuro – ricorda il narratore quando sta per lasciare la parola ai due innamorati per il dialogo che chiude il racconto con un inaspettato happy ending -, e sempre, sempre il presente gli era sfuggito tra le dita. I suoi ideali? Pensò al suo desiderio di trarre un disegno, bello e intricato, dalla miriade di fatti senza senso della vita: il disegno più semplice, quello in cui un uomo nasce, lavora, si sposa, ha figli e muore, non gli era apparso anche il più perfetto?”
Con il suo secondo romanzo Maugham ci consegna già un capolavoro. Un romanzo di formazione che è anche un racconto edificante. La vita di un giovane aspirante medico che poi è anche una autobiografia mascherata. Un prototipo di quella autofiction che oggi è tanto diffusa e dove non si ha pudore di scrivere William S. Maugham là dove lo stesso Maugham si peritava di scrivere Philip Carey. Una storia che, oltretutto, ha inaspettatamente un finale positivo che riscalda il cuore non solo del lettore incline ai romanticismi ma anche semplicemente del lettore di buon cuore. E Roth? Beh Roth è il grande maestro. Non soltanto del romanzo ma anche dell’autofiction. Nessuno come lui sa sfruttare la propria autobiografia per farne materia non di un romanzo di introspezione ma molto più audacemente di un romanzo politico. Ma questa è un’altra storia e servirà un altro post per raccontarlo.
