Poe scrive capolavori ma inciampa su Boiardo
Tra i motivi che ci spingono a prendere in mano un classico della letteratura moderna c’è ovviamente la curiosità. Che viene stimolata sempre e costantemente, almeno in coloro che vengono definiti “lettori forti”. Ogni giorno possiamo trovarci di fronte a un’allusione, un riferimento, un appunto, un confronto, una citazione, ma anche una sonora bocciatura che ci spingono ad andare oltre fino a prendere il volume in questione per verificare, per illuminarci. Essenzialmente e banalmente: per capire.
A me capita tutti i giorni. E se dessi retta alle sirene della mia curiosità avrei la casa sommersa dai libri (e dai debiti). Quindi prendo appunti…. Rimando… almeno fino a quando l’istinto non fa il suo gioco e mi porta dentro una libreria.
Tra le scoperte fatte grazie all’ascolto di una di queste sirene annovero i Racconti di Edgar Allan Poe (nell’edizione feltrinelliana curata da Mariarosa Mancuso). A fine agosto sono entrato in una libreria e mi sono detto: se trovi questa edizione lo compri immediatamente. E così è stato. I racconti più importanti del celebre scrittore americano c’erano tutti. A me interessava che ci fossero i principali e che tra questi ci fosse soprattutto La lettera rubata. Perché, in fondo, è stato proprio una citazione riguardante questo racconto apparsa in un’intervista alla scrittrice Siri Hustvedt sulla Repubblica a suscitare la mia attenzione. La scrittrice (ora nelle librerie italiani con il volume Storie di fantasmi per Einaudi) racconta del suo rapporto con Paul Auster, il celebre scrittore americano morto lo scorso anno. E sulla cultura del marito Hustvedt rivela. “Di Lacan aveva letto solo il saggio sulla Lettera rubata di Edgar Allan Poe”. Questa frase mi è rimasta impressa. Da un lato mi incuriosiva il fatto che il filosofo francese aveva dedicato un saggio a quel racconto, dall’altro che di tutta l’opera (davvero enorme) di Lacan lo scrittore americano avesse letto soltanto quel saggio.
La curiosità mi ha spinto in libreria. E devo dire che la lettura dei racconti gotici e proto-polizieschi di Poe si è dimostrata davvero entusiasmante. Si potrebbe parlare (esaltare) – per pagine e pagine – titoli come La lettera rubata, Il pozzo e il pendolo, Il crollo della casa Usher e L’uomo della folla. Mi ha colpito, però, un titolo che è davvero un brillante divertissement che spazia dal gioco metaletterario alla parodia del genere. Fin dal titolo (Come si scrive un racconto per “Blackwood”) si capisce che qui siamo oltre al genere narrativo creato proprio da Poe e che arriva fino a noi senza mostrare il minimo segno di senescenza. “Blackwood” è il nome di una celebre rivista edita a inizio Ottocento in Scozia, molto popolare e famosa proprio per i feuilleton e racconti di generi pensati per un pubblico di gusti semplici. Il racconto in questione è diviso in due parti. La prima è una guida su come scrivere un racconto del terrore. La seconda parte è lo stesso racconto che riproduce gli esempi usati nella prima parte per spiegare i meccanismi narrativi. A colpire è il punto di vista. Il narratore veste in simultanea i panni della protagonista e della vittima, capace di raccontare nei dettagli gli effetti degli efferati colpi che subisce. Una donna con l’ambizione di diventare una scrittrice e alla quale è stato consigliato di vivere direttamente ogni tipo di esperienza per poter scrivere finisce per trovarsi su un campanile. Dal quale dovrebbe trovare un punto di osservazione della città. Quando individua un pertugio ci infila la testa, non rendendosi conto che è all’interno del quadrante dell’orologio del campanile e che la lancetta dei minuti (affilata e pesante) sta per decapitarla. “Vedere la testa che mi aveva dato tanti guai separarsi finalmente dal corpo non mi dispiacque. Prima rotolò lungo il campanile, si fermò nella grondaia per qualche secondo e poi cadde in mezzo alla strada con un tuffo”. E se non bastasse Poe cita anche un passo tratto (a suo dire) dall’Ariosto (Il poveraccio che non era accorto, stava combattendo anche da morto) per descrivere le condizioni in cui l’aspirante scrittrice si trovava al momento di perdere letteralmente la testa. Parodie, scimmiottamenti, bonarie ma sulfuree prese in giro che non fanno che titillare le papille gustative del buon lettore che si illumina per le più felici e astruse costruzioni letterarie. Di Poe mi ero fatto un’idea del tutto diversa. Questo racconto dimostra che tutta la letteratura sperimentale novecentesca non ha in Sterne l’unico maestro. Titolo, infatti, che il papà di Tristram Shandy condivide con l’autore de Il corvo.
Un personaggio – Edgar Allan Poe – da studiare. E su cui tornare. Per il momento ci gustiamo i suoi racconti con un piccolo appunto: non si trattava di Ludovico Ariosto, caro Edgar, ma di Matteo Maria Boiardo, che nel suo Orlando innamorato così scrive: “Così colui, del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto”.
