Che incubo quando incontri il tuo doppio (soprattutto se si chiama Philip Roth)
Che l’autofiction sia l’ultima frontiera della sperimentazione letteraria è un fatto ormai acclarato. Nessuna obiezione. Se poi prendiamo, come esempio, uno scrittore che ha fatto della sperimentazione e della provocazione una cifra inconfondibile della sua poetica e lo si mette all’opera nel campo dell’autofiction ci si possono aspettare soltanto fuochi d’artificio. E, in finale, un capolavoro.
Ed è quanto succede con Operazione Shylock (Operation Shylock. A confession), pubblicato da Philip Roth nel 1993, ora riedito da Adelphi nella traduzione di Ottavia Fatica. Edizione, peraltro, impreziosita da una prefazione di Emmanuel Carrère.
L’autore del Lamento di Portnoy si cimenta qui con il tema del doppio. Ma non con un doppio qualsiasi ma proprio col suo. E non c’è antagonista più pericoloso e infido di un altro Philip Roth che condivide con lo scrittore sia il nome che l’aspetto. Un doppio nel quale l’autore (o meglio il narratore di questo meraviglioso romanzo) si imbatte mentre si reca a Gerusalemme per intervistare un suo collega israeliano. L’impostore non si limita a usurpare titolo e nome ma sfrutta la popolarità dello scrittore americano per lanciare il suo fantasmatico progetto: il diasporismo, un movimento che invita gli ebrei ashkenaziti a fare il percorso inverso, cioè il ritorno nei Paesi d’origine della vecchia Europa. Lo scopo? Salvarsi da un più che probabile conflitto in Medio Oriente.
Da qui si dipana un rocambolesco susseguirsi di colpi di scena, incontri improbabili, momenti grotteschi e drammatici. Dentro queste pagine c’è di tutto: dal tema del doppio, alla riflessione sul sionismo, dal complottismo al tema della menzogna letteraria. Il tutto, ovviamente, in un puro metaromanzo dove l’autore si diverte anche ad alludere a un capitolo espunto causa censura del Mossad.
Ed è proprio un vecchio (e anche improbabile) agente del servizio segreto israeliano a svelare tutti gli inganni e gli intrecci che si nascondevano dietro l’attivismo del “finto” Philip Roth. Una spia che non solo ha il compito di smascherare gli inganni ma anche di incalzare l’autore sulle verità della letteratura e del lavoro. Di fronte alle lucide provocazioni di Smilesburger il narratore allarga le braccia scoraggiato. “Tagliamo corto. Io non posso conoscere le cose in sé e per sé, invece lei sì. Io non posso trascendere me stesso, lei invece sì. Io non posso esistere fuori di me, lei invece sì. Al di fuori della mia esistenza e delle mie idee io non so nulla, la mia mente determina in toto come la realtà mi appare, per lei invece la mente funziona diversamente. Lei conosce il mondo per quello che è, io lo conosco soltanto per come appare”. Alla fine, il narratore alza bandiera bianca. Di fronte ai mali del mondo e alle piaghe più tragiche del reale (come il conflitto arabo-israeliano), lo scrittore non può far niente e per bucare il filtro tra finzione e realtà può soltanto puntare all’introspezione. E la chiave della sua impotenza è proprio nel tema del Doppio l’autore sfoggia il più virtuoso autolesionismo, azzannando sé stesso come scrittore, come ebreo e come essere umano.
A noi resta una commedia noir di impareggiabile perizia stilistica. Ecco perché almeno noi assolviamo Roth dai suoi peccati e dalle sue idiosincrasie. E a fine lettura rimettiamo il volume nello scaffale dei classici novecenteschi.
